Cowboy, sudisti, condottieri. La Storia vista da Mino Milani

È il più grande scrittore di avventura dopo Salgari. Compie 93 anni e torna con due fumetti "storici"

Cowboy, sudisti, condottieri. La Storia vista da Mino Milani

Scrittura romanzesca pura. Istinto nell'aprire sentieri secondari, fra episodi minori e personaggi dimenticati, lungo la strada maestra della grande Storia. Une pincée de mystère. Eleganza innata nel muoversi fra i generi, dal feuilleton al fantasy. Ed ecco a voi, 93 anni il 3 febbraio - Auguri, maestro - Guglielmo Milani detto Mino, dalla sua casa in piazza San Pietro in Ciel d'oro a Pavia alle estreme contrade del mondo e del Tempo, andata sognando sempre il ritorno, una mezza dozzina di pseudonimi, settant'anni di carriera letteraria e - secondo l'Opac, l'Istituto centrale per il catalogo unico - oltre 700 titoli, dal 1952 a oggi, tra romanzi, racconti, saggi storici e biografie, libri per ragazzi e sceneggiature per fumetti. Il più grande narratore di avventura del '900 italiano dopo Salgari (s'intende) del quale fu spietato lettore.

Fu il padre a regalare a Mino il primo libro del ciclo di Mompracem, scaraventandolo «nell'intrico delle foreste dove tutto è emozione, dove ogni passo può essere l'ultimo, per via di un serpente o di un mostruoso insetto che ti prende alle spalle, il maledetto, e ti strangola». Del resto Gianni Rodari un giorno disse: «Mi sento domandare abbastanza spesso: perché non c'è più un Salgari? Perché non c'è più un Verne? Perché non ci sono più grandi scrittori di avventure? Invece di rispondere, domando a mia volta: conoscete Mino Milani? Avete letto almeno uno dei suoi libri?».

I suoi libri sono molti, di incredibile popolarità. Nati come «di genere», oggi sono dei classici. C'è il ciclo dedicato alle avventure di Tommy River, apparse sul Corriere dei Piccoli quando a dirigerlo c'era Giovanni Mosca e poi raccolte in otto volumi di enorme successo tra il 1960 e il '76. Ci sono i gialli storici dell'Imperial Regio commissario Melchiorre Ferrari, che indaga nella Pavia asburgica, usciti tra il 1983 e il 2020, l'ultima avventura è dell'anno scorso... Ci sono i romanzi di Martin Cooper, reporter sospeso fra passato e fantascienza («Il giornalista che mi sarebbe piaciuto essere se fossi nato in California»). C'è il bestseller Fantasma d'amore, uscito da Mondadori nel '77 e diventato un famoso film di Dino Risi con Marcello Mastroianni e Romy Schneider. E ci sono le sceneggiature per i fumetti e le collaborazioni con i più importanti disegnatori italiani e non solo: Hugo Pratt, Milo Manara, Mario Uggeri, Dino Battaglia, Grazia Nidasio, Sergio Toppi, Attilio Micheluzzi, Enric Sió, Juan Arancio, Arturo del Castillo... Storie che hanno incantato due generazioni di figli e chissà quante degenerazioni di padri.

Del resto, la stessa vita di Mino Milani sarebbe uno splendido soggetto per un romanzo d'avventura. Nasce a Pavia - febbraio 1928 - Guglielmo Milani detto Mino: Guglielmo come il nonno materno Guglielmo Castelli da Siziano, uno dei più potenti imprenditori edili italiani, famiglia allargatissima e letture travolgenti, storie di guerra e insieme la Guerra: sono gli anni del Fascismo. «Si ascoltavano, dette a mezza voce, storie di uomini che nei deserti della Libia o nel fango dell'Albania affrontavano avventure, non cercate, non volute, e con ben altro compenso che la conquista di Mompracem». Durante la guerra il liceo Foscolo di Pavia. Nel '46 l'Università, facoltà di Medicina, ma dura un anno, poi trasferimento a Lettere, laurea nel giugno del '50 con una tesi sul pavese Gaetano Sacchi che era stato con Garibaldi in Uruguay. Da quel momento scrivere storie e riscrivere la Storia diventano la sua vita: il primo racconto, La quercia più alta, era stato pubblicato nel '46 sul Ticino. Poi le collaborazioni coi giornali cattolici. Quindi il salto. Dal '53 al '77 per il Corriere dei Piccoli, poi «dei Ragazzi», scrive un numero impressionante di soggetti, adattamenti, sceneggiature, feuilleton e racconti a sfondo storico, fantastico, realistico... «La realtà romanzesca», come da titolo della sua fortunata rubrica sulla Domenica del Corriere.

Il suo mondo è romanzesco, affollato di cowboy, samurai, soldati di ventura, scienziati bibliofili, gentiluomini italiani e ufficiali inglesi, studiosi dell'occulto e cavalieri della Tavola Rotonda... Di tutto, per tutti.

Mino Milani non ha mai smesso di scrivere, e non lo fa ora, a 93 anni, anzi. Intanto torna in libreria con le avventure di due suoi personaggi storici che l'editore Effigie, alias Giovanni Giovannetti - pavese come l'autore - ha raccolto in volume. Ora esce Fortebraccio e a breve Timber Lee. Il primo, apparso nel '66, è un grande fumetto, o forse è meglio dire un romanzo per immagini, scritto da Milani e disegnato da un peso massimo dell'illustrazione italiana, Aldo Di Gennaro: può essere accostato al Wheeling di Hugo Pratt, con il quale secondo gli esperti rappresenta l'apice della narrativa italiana a fumetti di tipo storico-avventuroso. Lo sfondo non era mai stato frequentato prima, né lo sarà dopo: la guerra a fine Seicento tra le armate dell'imperatore d'Austria, al comando del principe Eugenio Di Savoia, e i Turchi. Il secondo, Timber Lee, è invece la storia di un ufficiale in congedo dell'esercito sudista, unico sopravvissuto del 34° Reggimento di Cavalleria Volontari della Georgia: un grandioso fumetto sul mito della frontiera americana sceneggiato da Milani e disegnato dall'argentino Juan Arancio uscito a puntate sull'indimenticato Skorpio tra gli anni '70 e '80. Altra pietra angolare nella storia del fumetto italiano.

Per il resto, è il momento di citare la battuta di Mino Milani, riservatissimo per carattere, che chiude l'introduzione al nuovo Fortebraccio: «E ora basta. Mi vengono alla mente le parole che quel tale, chiamiamolo Nonsopiuchì, disse a un amico chiacchierone: Finitela. Non avete fatto che parlare maledettamente troppo e maledettamente troppo di voi!». Exit.

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