Dai "click" dei capodogli agli scimpanzè, così gli animali fanno a modo loro cultura

Carl Safina dimostra che l'Homo sapiens non è l'unico a tramandare idee

Dai "click" dei capodogli agli scimpanzè, così gli animali fanno a modo loro cultura

Click. Per noi è quando qualcuno ci riattacca il telefono, per un biologo marino qualcosa di più importante, e riguarda la cultura. Perché non siamo gli unici a averne una. Con i click, come un codice morse, si esprimono i capodogli, che sarebbero il modello di Moby Dick, o del Leviatano, mostro mitologico biblico, e in realtà sono pacifici e timidi. Il capitano Achab è un'invenzione di Melville. Dell'argomento se ne è occupato molto il biologo Carl Safina nel suo ultimo libro, Animali non umani (Adelphi), studiando il linguaggio dei cetacei (e non solo) insieme ai suoi colleghi. Molti animali non umani hanno una cultura, che si passano di generazione in generazione. I cetacei sono mammiferi, evolsero sulla terra ferma centinaia di milioni di anni fa, poi tornarono nell'oceano (guardate lo scheletro di una qualsiasi balena, ha le dita). Grazie alla sequenza di click i capodogli si riconoscono l'un l'altro, mantengono legami familiari, riescono a cacciare localizzando un calamaro di 30 centimetri a una distanza di 300 metri, ma non solo. Tramandano la propria il cultura, i propri saperi (cosa è pericoloso, cosa no), e comunità diverse di capodogli hanno culture diverse. Con il click ogni capodoglio si presenta perfino con un proprio nome, hanno un'identità. Restano uniti in famiglie nell'arco di un'intera vita, percorrendo milioni di chilometri negli abissi.

Questa trasmissione della cultura vale per tantissimi altri animali non umani, a cui Safina dedica molti capitoli, dai colibrì alle api, fino ovviamente a arrivare ai nostri cugini più vicini, gli scimpanzé (l'antenato in comune tra noi e uno scimpanzé è vissuto solo 5 milioni di anni fa). Anche gli scimpanzé hanno culture diverse. Alcune tribù di scimpanzé per bere usano delle spugne, altri delle grandi foglie che trattengono più acqua. Le mamme insegnano ai piccoli cosa si può mangiare e cosa no, perché il cibo è cultura e viene trasmesso (pena la sopravvivenza, o la salute, come un cercatore di funghi insegna quali sono velenosi e quali no). Ci sono comunità di scimpanzé che aprono frutti usando delle pietre, insegnando la tecnica ai loro consimili, oppure stanano prede con stecchi resi adatti all'uso, cioè utensili, vi ricorda qualcosa?

Già, perché noi siamo abituati a definire cultura ciò che abbiamo prodotto negli ultimi 10mila anni: narrazioni, tradizioni, oggetti con parti mobili, libri, automobili, internet, il nostro telefonino, e ovviamente il linguaggio (che però come abbiamo visto non è una nostra prerogativa). Questo è verissimo. Il progresso dell'autocoscienza umana ha portato a conoscenze e tecnologie inimmaginabili in qualsiasi altra specie. Ma vorrei proporvi una riflessione, non proprio democratica: a fronte di questi 10mila anni, siamo stati ominidi per diversi milioni di anni, e la specie che definiamo (ci siamo autodefiniti) Homo sapiens ha duecentomila anni. Di questi duecentomila anni solo una piccola parte ha portato al progresso tecnologico che viviamo oggi, e di tutti gli Homo sapiens meno di un 1% ha portato a questo incredibile avanzamento scientifico. Se non fosse stato per alcuni individui, saremmo ancora con la clava. Forse dovremmo smetterla di ritenerci così speciali come specie: una piccola parte è sapiens, per la maggior parte siamo molto deficiens.

Commenti