Ecco le lettere (inedite) di Maria Antonietta dal "carcere" di Versailles

Le missive della regina, prigioniera di se stessa e della corte, svelano le debolezze della monarchia

La parabola, storica e umana, di Maria Antonietta, di cui escono ora, curate da Catriona Seth, le "Lettere inedite" (edizioni Clichy, traduzione di Alessandra Aricò, 302 pagine, 19 euro), è racchiusa in tre folgoranti annotazioni. La prima è di Mirabeau, il geniale di testa quanto mostruoso di fattezze Mirabeau, il politico che cerca di salvare la dinastia dei Borboni dopo averne picconato la legittimità: «C'è un solo uomo al fianco del re, ed è sua moglie». La seconda è di Rivaorl, il bastardo di un'aristocrazia che lo ha rifiutato proprio perché ne ha svelato i privilegi più vani e più vacui: «Più presa dal suo sesso che dal suo rango, dimenticò di essere fatta per vivere e morire su un trono reale. Volle godere troppo a lungo di quell'impero fittizio che la bellezza regala alle donne comuni e che ne fa le regine di un momento». La terza è della diretta interessata: «Annienterei il re se accettassi di agire, se montassi a cavallo, qualora ce ne fosse bisogno. Una regina che non ha poteri decisionali, nei momenti di crisi deve restare inattiva e prepararsi a morire».

A quel 1789 che segna l'inizio della rivoluzione in Francia, Maria Antonietta e il suo augusto consorte, Luigi XVI, arrivarono, è il meno che si possa dire, impreparati: erano stati allevati per gestire la normalità di un trono senza scossoni, l'eternità di un'istituzione mai messa, in quanto tale, in discussione. La raccolta di queste lettere, inviate al conte di Mercy, diplomatico austriaco e suo amico, mai apparse sino ad oggi e per la prima volta tradotte in italiano, raccontano di lei proprio questo, una specie di pappagallino imperiale, grazioso e variopinto, utilizzato per un matrimonio di convenienza politica, l'alleanza fra Austria e Francia, che non si sa bene come utilizzare, proprio perché nessuno si è preoccupato di educarla a pensare: «Ella ascolta a malapena ciò che le si dice e lo comprende ancora meno». Mercy, che da ambasciatore in Francia, è la longa manus di Maria Teresa che vorrebbe governare Parigi da Vienna, si dispera che, sposa di un re senza amanti in carica, Maria Antonietta non usi le carte giuste per avere sul marito un ascendente certo, ossia un ascendente che favorisce lAustria. Lascia tuttavia perplessi che un diplomatico di carriera non si renda conto di quanto nella persona di una regina straniera, «l'autrichienne» incarnazione proprio di quell'Austria che è stata fino ad allora il nemico tradizionale, si concentrino le fantasie popolari, e non solo, tutte convergenti a disegnare una donna manipolatrice all'ombra del grand'uomo. Che il «grand'uomo» sia Luigi XVI, ovvero il suo esatto contrario, i francesi prerivoluzionari, siano nobili o terzo Stato, sembrano non accorgersene: gode di un prestigio non suo, ci si può ancora illudere che si riveli un altro Luigi XIV

Almeno su questo, è proprio Maria Antonietta a non essersi mai fatta illusioni. Il «pover'uomo» l'ha definito in una lettera alla madre nel 1775, quando entrambi hanno vent'anni e da cinque sono marito e moglie. Quella definizione lascia esterrefatta Maria Teresa: «Dov'è il rispetto, dov'è la riconoscenza? La vostra felicità potrebbe mutare di colpo e farvi precipitare, per colpa vostra, nelle più grandi disgrazie. Un giorno lo capirete ma sarà troppo tardi». Cassandra non avrebbe potuto dirlo meglio

Quindici anni dopo, il «pover'uomo» è meglio tratteggiato, ma Maria Antonietta per quanto fosse stata allora irrispettosa o incapace di pensare, aveva comunque colto nel segno: «Il re non è un poltrone, ha un grandissimo coraggio, ma passivo, è schiacciato da un cattivo sentimento di vergogna, una diffidenza verso sé stesso che gli viene dalla sua educazione e dal suo carattere. Ha paura di comandare e più di tutto ha il timore di parlare in pubblico. Ha vissuto sino ai ventun' anni, sempre in tensione, sotto lo sguardo di Ligi XV: questa oppressione ha influito sulla sua timidezza».

In quell'arco di tempo, il pappagallino imperiale ha imparato a volare e solo allora ha realizzato di essere stato sempre e comunque in una gabbia. Ce l'hanno messa i maneggi imperiali di Vienna, che non vogliono vederla come moglie del re di Francia, ma come appendice degli Absburgo: «Cercate di capire la mia posizione e il ruolo che sono obbligata a recitare ogni giorno -scriverà a Mercy- A volte non mi capisco e sono obbligata a riflettere per vedere se sono proprio io che parlo». Ce l'ha messa la corte di Versailles, che critica ogni infrazione, che maligna sulle troppe trasgressioni, che alimenta polemiche e insinuazioni. Ci si è messa da sola, le spese pazze, gli inutili lussi, le passioni improvvise, la mancanza di contegno e l'irritazione se qualcuno glielo fa notare. Ha pensato di poter dettare la moda del tempo, ma non sa che le mode sono capricciose e il tempo non lo è di meno: «Non mi uccideranno con il veleno. Oggi è la calunnia che regna ed è di calunnia che mi faranno morire».

Lungo tutte le lettere si assiste al progressivo venir meno della fatuità, dell'incostanza, del badinage, lo spettegolare senza pensarci, lo sparlare senza crederci, come simbolo di massima frivolezza, della seduzione come arma di distrazione di massa, dell'insofferenza alle regole, ai principi, alle istituzioni. Rispetto a Luigi XVI, che rimane l'onesta, dignitosa e alla fine eroica nullità che è sempre stata, Maria Antonietta si ritrova nelle vesti di chi cerca di salvare il marito e i figli, fantastica alleanze, pretende chiarimenti, non ci sta a essere trattata come una pedina, per giunta sacrificabile, sulla scacchiera della storia, si rifiuta di salvarsi da sola, preferisce morire che tradire. Il genio di Alexandre Dumas le regala una battuta delle sue in quel La contessa di Cherny che racconta la fine del regno di Luigi XVI: «Per il momento, signore, rispose la regina, il re, sono io».

Il genio di David, il pittore della Rivoluzione, è più crudele, ma non per questo meno veritiero. Il giorno dell'esecuzione di Maria Antonietta ne disegna il profilo mentre la carretta la porta al patibolo, il fisico rinsecchito, il volto divenuto aguzzo di una povera vecchia che non ha ancora compiuto quarant'anni.

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