José Tomás, il torero-samurai fuori dal business e dentro il mito

Dopo due anni di assenza torna nell'arena il più grande di tutti. E la Spagna impazzisce. Siamo andati a vederlo

José Tomás, il torero-samurai fuori dal business e dentro il mito

Ogni volta che riappare, i suoi seguaci si precipitano ad adorarlo, non importa quanta strada debbano fare e che percorso debbano intraprendere. A fine giugno, dopo quasi due anni d'assenza, la città prescelta è stata Algeciras, l'ultima della Spagna mediterranea, sulla baia opposta a Gibilterra, porto industriale maleodorante dove di solito non va nessuno a meno che non si voglia raggiungere Tangeri via mare. Se ci arrivi da Malaga, seguendo la litoranea per un centinaio e passa di chilometri, attraversi uno dei paesaggi più disastrati della modernità spagnola, lo scempio edilizio che da Torre Molinos a Marbella ha fatto della costa del Sol un verminaio di residenze finto moresche, simil-tirolesi, il cosiddetto «paradiso dei golfisti», con il green ricreato vista mare... Attraversarlo stringe il cuore e solo l'idea di celebrare quella apparizione può lenire la punizione che ti viene inflitta.

«Tomatisti», si chiamano così gli adepti di questo culto che in dodicimila hanno invaso Algeciras. Prendono il nome da José Tomás, che non è un cantante rock, un'icona pop o un predicatore, laico o religioso che sia: è un torero. Sì, avete capito bene, il toro, la muleta, il sangue e l'arena, quelle cose lì, insomma. Ma come, esistono ancora? Hanno ancora un pubblico che le segue? Che volete che vi dica, io faccio il cronista, registro ciò che vedo per poi magari ragionarci sopra. E forse è meglio dire che più che un torero Tomás è il torero per eccellenza di questo XXI secolo, il Messia chiamato a riscattare la corrida da se stessa, spogliarla della finzione e dello sfruttamento commerciale e riconsegnarla alla nudità della vita e della morte. Perché Tomás è uno che ha il corpo ricucito di cornate, perché, come diceva Orson Welles, «Il torero è un attore a cui succedono cose vere» o, per dirla con il diretto interessato, «Un torero è una persona che entra nella plaza de toros per cercare di creare arte e per farlo deve mettere in gioco la sua vita».

Facciamo un passo indietro. José Tomás ha smesso di toreare nel settembre del 2002, quando aveva 27 anni e sei anni di «alternativa» alle spalle. È tornato una prima volta nel 2007, scegliendo come prima plaza Barcellona e provocando il tutto esaurito, 20mila spettatori, in quella che era allora la città anti-taurina per eccellenza, anche se più per motivi politici (Catalogna versus centralismo spagnolo) che animalisti. Si è ritirato una seconda volta nel 2011, per poi riapparire nel 2016 a Valladolid...

In questo andare e venire c'è il filo rosso di un'unicità rappresentata dal fatto che luoghi (normalmente plazas di seconda categoria) tori, colleghi sono una sua scelta, il caso più unico che raro di un torero che è al di fuori delle regole del business concernenti il mondo del rodeo. Aggiungete che si è sempre rifiutato di acconsentire alle riprese televisive delle sue corride («La televisione non riproduce l'emozione che si sente nella plaza»), che le sue interviste si contano con il contagocce, che non frequenta né la mondanità da stampa rosa né l'ambiente taurino, aficionados e critici compresi, e avrete un torero libero da ogni vincolo economico-pubblicitario-professionale. Tomás non torea per vivere, insomma, e però «vivere senza toreare non è vivere»...

Il non essere un fenomeno di moda, ma un fenomeno popolare merita proprio per questo un'attenzione maggiore. La leggenda di Tomás è opera del pubblico, non della critica, viene naturalmente dal basso, non è stata imposta dall'alto. Adesso che è di fatto fuori dalla tauromachia in quanto sistema economico anche i critici sono disposti a riconoscerne la grandezza: non è più un pericolo, non rischia più di minare equilibri, alleanze, rendite di posizione. Già un secolo fa, nel suo Les Béstiaires, Montherlant aveva osservato come la stampa spagnola taurina peccasse in primis di partigianeria e mezzo secolo più tardi, in un pamphlet intitolato Les oreilles et la queue (Toro è stata la sua traduzione in italiano) Jean Cau avrebbe rincarato la cosa definendo i suoi rappresentanti come degli «aedi», non dei critici, cantori professionisti, spesso stipendiati, dei «loro» toreri. Non è che da allora a oggi sia cambiato molto sotto questo aspetto, non fosse che la modernizzazione che in questo arco di tempo ha continuato la sua corsa ha ulteriormente minato il ritualismo che è alla base della corrida e in cui i tre elementi classici erano torero, toro e, appunto pubblico, rispettivamente reminescenze del sacerdote, della vittima e della comunità dei fedeli. A quest'ultima si è sempre più sostituita la «gerarchia ecclesiastica», il critico come clero chiamato a spiegare e/o regolare ciò che succede, tacciando di incompetenza e di ignoranza proprio chi di quella «funzione pubblica» è il reale destinatario. Deriva da qui il tecnicismo esasperato da un lato, l'esaltazione della stilizzazione dall'altro, dove ciò che si chiede al torero è sì la bellezza del gesto senza però la pericolosità che da esso può derivare. È Enrique Ponce il torero preferito dalla critica, perché sa sempre fino a dove può e deve osare, l'esatto contrario di Tomàs che tra fare un passo indietro o rischiare di prendersi una cornata sceglie la seconda strada: «Mi sento meno in debito con me stesso».

Tutto ciò ad Algesiras è stato di un'evidenza solare, la dimensione della fiesta popolare nel senso più completo del termine, con i bambini che alla fine invadono l'arena ormai vuota e agitano la capa, con gli spalti dove si fuma e, negli intervalli, si mangia e si beve allegramente, con l'entusiasmo partecipe e consapevole di fronte al lavoro del torero, l'ammirazione per ciò che vede svolgersi sotto i suoi occhi, il coraggio e la potenza, l'intelligenza e la forza, l'arte e la violenza. Non è un caso che in quella corrida uno dei sei tori sia stato «indultado», ovvero graziato della vita proprio per la sua combattività. E non è un caso che l'altro torero in cartello con Tomás, Miguel Angel Perera, ne sia stato in pratica il duplicato, in alcuni momenti persino meglio dell'originale, effetto della suggestione, la stessa che Tomás trasmette al pubblico di cui, appunto, è il prolungamento sull'arena.

A questo proposito, uno scrittore come Fernando Gonzaléz Vinìas definisce il modo di toreare di Tomás dionisiaco, contrapponendolo a quello apollineo di Ponce, ma non sono sicuro che questa distinzione nietzschiana sia la più pertinente. Non c'è l'ebbrezza in Tomás, c'è la visceralità, che è un'altra cosa, un'estasi estetica che si sublima nella purezza, non nello sfrenamento, qualcosa che gli permette di stare davanti al toro come se il toro non esistesse, o come se il tuo stesso corpo non fosse lì: «Quando toreo bene mi dimentico del corpo, perché del corpo non ci si deve preoccupare. Il corpo, quando si fanno le cose bene, fa da sé. Se lo forzi, se cerchi la posizione, non va bene, non è naturale».

Più che ad Apollo e Dioniso, la tauromachia di Tomás rimanda al bushido, un insegnamento trasmessogli dal uso primo maestro, Antonio Corbacho, l'idea cioè di un'etica comune fra samurai e torero, ovvero la dignità prima di tutto e ciò che essa di conseguenza comporta. «Un modo di stare al mondo, non tanto e non solo di toreare» ha riassunto Tomás parlando di Manolete, l'altro suo imprescindibile punto di riferimento.

Nel 2007, nel sessantesimo anniversario della morte, proprio in quella plaza di Linares che a Manolete era stata fatale, anche Tomás è rimasto incornato e la sua leggenda si nutre anche di queste cose qui, sopravvivere lì dove la mala suerte quello stesso giorno di sessant'anni prima era stata implacabile.

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