Jules Vallès, il rivoluzionario che volle rivoluzionare la rivoluzione

Pubblicato in Italia l'ultimo "pezzo" della autobiografia in tre volumi dello scrittore comunardo e ribelle

Jules Vallès era talmente rivoluzionario da voler rivoluzionare la rivoluzione. Via le redingote che gli studenti ostentano come una divisa; basta con il vino da due soldi e l'assenzio sorseggiati nelle bettole atteggiandosi a bohémien; bando al «manierato» e «lamentoso» Rousseau con la sua «puzza di collegio», e anche a Voltaire quando «si mette a pontificare»; e, soprattutto, si buttino in soffitta le «tradizioni repubblicane - che considero conformiste o l'altra faccia di una religione». Vallès era ribelle, sì, ma con il timore di diventare un «fraticello della rivolta», un travet della protesta. Insomma, era un ribelle irregolare, così irregolare da fare una giravolta e da dirsi: «Sarebbe da farsi saltare le cervella, se non si trova il coraggio di vivere da vigliacchi». Perché anche la vigliaccheria, se momentanea, transitoria, strategica, è segno di coraggio, quando serve a prendere la rincorsa per raggiungere la vera Rivoluzione.

Questo Jules Vallès è il secondo Jules Vallès, Il diplomato. Prima c'era stato Il ragazzo, soffocato dalle ambizioni piccoloborghesi della mamma ex contadina e del papà insegnante, e poi ci sarà L'insorto, animato dal sacro fuoco (di paglia) della Comune. Nato a Le Puy-en-Velay, in Alvernia, 11 giugno 1832 e morto il 14 febbraio 1885 a Parigi, dov'era rientrato cinque anni prima, dopo l'esilio londinese indispensabile per sfuggire alla condanna a morte che gli pendeva sulla testa in quanto comunardo, Vallès non era soltanto un repubblicano «scettico», come lo chiamavano i suoi compagni nel '51, alla vigilia del colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte, non era soltanto un anarchico proudhoniano indispettito dal conformismo di partito. Era anche un eccellente scrittore, come dimostra proprio Il diplomato, seconda parte della sua autobiografia ora pubblicata per la prima volta in italiano dalle Edizioni Spartaco (pagg. 314, euro 16,50, cura, traduzione e postfazione di Enrico Zanette). Il ragazzo e L'insorto godettero in Italia, nei primi anni del Novecento, una fase di buona stampa, nonché di molti lettori entusiasti, come Piero Gobetti e il Mussolini non ancora Duce. Ma, quanto a valenza letteraria, Il diplomato li supera a pieni voti.

Una Parigi ostile e umbratile accoglie il diciassettenne Jacques Vingtras, l'alter ego di Vallès, convinto di aver finalmente tagliato il cordone ombelicale che lo legava alla famiglia e alla noiosa vita di provincia. «Coprirò sempre le emozioni più intime con la maschera dell'indifferenza e la parrucca dell'ironia...», si ripromette. Nella capitale è già stato a studiare, quand'era Il ragazzo e desiderava diventare tipografo di giorno e scrittore la notte, e si è fatto alcuni amici che ora si chiamano fra loro «cittadini», come ai tempi della Révolution... Ma tira una brutta aria, la Repubblica barcolla sotto i colpi di un presidente che aspira a diventare monarca. E i giovani fremono, da una parte e dall'altra, perché ci sono anche i «Saint-Vincent de Paul», cioè i conservatori. Con in tasca una manciata di franchi e sulle spalle un baule, Jacques si getta nella mischia. Ma gli bastano poche settimane per fare due conoscenze poco piacevoli: la miseria e il velleitarismo/opportunismo dei compagni. Renoul, per esempio: «In strada un basco rosso - in casa una vestaglia trapuntata!» (più tardi verrà assunto al ministero dell'Istruzione...). E Rock, che va fuori di testa. E al Collège de France, dove si va in massa a seguire le lezioni di Michelet, si urla «abbasso quello che prende appunti!», scambiando per una spia un sincero repubblicano. Dopo il colpo di Stato del 2 dicembre, Jacques viene richiamato all'ordine (e a casa, a Nantes) dal padre, come un teppistello preso per l'orecchio dopo una marachella. Lui sogna di saltare su una nave che salpi per gli Stati Uniti. Deve accontentarsi di una rendita lasciatagli in eredità da una vecchia zitella, tuttavia, essendo minorenne, i genitori gliela somministrano goccia a goccia, come una medicina per guarire dalle strane idee che s'è messo in testa, tipo fondare un giornale e scrivere un saggio dal titolo «Tombe rivoluzionarie». Torna comunque a Parigi insieme all'ex compagno (soltanto di scuola, trattandosi di un baciapile) Legrand: «Vingstrasello, non c'è altro da fare che ritirarsi in un angolo e perdersi come un pazzo nei propri viaggi mentali o fare dell'alchimia sociale come uno stregone», è il consiglio del sodale qualunquista.

Parole spiacevoli, acide, che però infilano nella mente di Jacques il tarlo del dubbio. Il regicidio mancato del '53 all'Opéra Comique è la pietra tombale sulle illusioni del gruppo di novelli Robespierre, che proseguono in ordine sparso. Jacques si barcamena fra lavoretti momentanei: accompagna a scuola i bambini e li riporta dalle mamme; fa un po' di savate, il pugilato francese; tiene corsi in cui dà alle signore di buona famiglia un'infarinatura (con una s'infarina anche sotto le coperte) di cultura generale; fallisce miseramente come lettore di bozze; conosce il giornalismo marchettaro dei fogli infarciti di consigli per gli acquisti venduti fuori dai teatri e dai bagni pubblici; collabora a un dizionario inventando citazioni di autori celebri e venendo subito cacciato. Intanto medita: «È da quando sono in culla che faccio la guardia per difendere il mio amor proprio in pericolo».

Il secondo ritorno a casa, questa volta è a Le Puy, perché i genitori si sono separati: il padre ha perso la testa per un'altra. La mamma è distrutta, tuttavia riesce a fare un altro danno causato dal troppo amore materno: procura al figlio una potenziale fidanzata. La ragazza è carina, dolce, solida finanziariamente, ma «a me non piacciono i poveri...», confessa candidamente. Jacques, inorridito, torna orgogliosamente nella buia indigenza della Ville lumière. Dove tuttavia il povero Legrand gli dice qualcosa di simile: «Io credo in Quello di sopra, tu credi in quelli di sotto».

E qui ci fermiamo, sulla soglia dell'ultima porta, oltre la quale c'è lo sprofondo. Un ferito, un morto, un fanciullo diventato uomo, per il quale «se la vita dei rassegnati non dura più di quella dei ribelli, tanto vale essere un ribelle in nome di un'idea e di una bandiera!». Il ragazzo è un lontano ricordo, Il diplomato non basta più a sé stesso. Sta per arrivare L'insorto.

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