Maurensig, se il narratore gioca a scacchi col suo lettore

Fabrizio Ottaviani

Narra la leggenda che un giorno del 3138 a.C. il condottiero indiano Paurava Arjuna, schierato l'esercito, di fronte alla prospettiva di dare il via a una carneficina, esitò. Prese un bastone e disegnò sul terreno la disposizione delle truppe, le sue e quelle del nemico, chiedendosi se fosse possibile disputare la battaglia lì, sulla sabbia e in forma simbolica. Era nato il chaturanga, il gioco degli scacchi; realizzato con pedine di lacca, ebano o palissandro da muovere su quadrati di madreperla e lapislazuli, aveva regole leggermente diverse da quelle che valgono sulle nostre scacchiere.

Da sempre ossessionato dal passatempo strategico per eccellenza, ne Il gioco degli dèi (Einaudi, pagg. 144, euro 17) Paolo Maurensig tira una linea che va dall'India britannica all'Inghilterra. Siamo nel 1926. Per uccidere un gigantesco felino che terrorizza gli abitanti di un villaggio poco distante da Dehli «Il ruggito della tigre è per l'orecchio umano una sorta di enigma, esso si leva nell'aria come sfruttando la corrente sonora della propria eco» si invoca l'aiuto del potente signore locale, Sir Malik Umar Hayat Khan, un ricchissimo maharaja perfettamente a suo agio con gli inglesi, lui stesso alto e medagliato ufficiale dell'esercito di Sua Maestà. Intuito per caso il talento per gli scacchi di un bambino del villaggio, Sir Malik lo conduce nella sua dimora principesca, apparentemente come servo, in realtà per dimostrare a tutti che persino un indiano analfabeta, nonché appartenente a una casta inferiore, muove le pedine meglio del più civilizzato degli occidentali. Operazione che degenera nell'umiliazione universale: sconfitti sulla scacchiera, gli ospiti europei del maharaja si vendicano dando al ragazzo dell'idiot savant, formula che smaschera l'obbrobrio del colonialismo sottolineando a un tempo il comportamento imbelle degli indiani. Ad essere un idiot savant, un analfabeta geniale, è infatti proprio l'India, nazione di straordinaria cultura però incapace di emanciparsi dal giogo britannico. Toccherà al maharaja rilanciare la posta: imbarcato il ragazzo su un transatlantico, la sfida continuerà in una Londra razzista dove sulla scacchiera dominano giocatori formatisi a Oxford o a Cambridge e per i quali scontrarsi con un indiano, figurarsi rimanerne sconfitti, è un'onta incancellabile.