Più tecnologia, meno diritti. Siamo "l'operaio" di Jünger

La pandemia ha messo in luce il rapporto fra scienza, prosperità e riduzione della libertà intuito dall'autore

Più tecnologia, meno diritti. Siamo "l'operaio" di Jünger

Quella del rapporto tra sicurezza, diritti e libertà, è una questione che covava da tempo sotto la cenere. A riaccenderla, in questo funesto anno di pandemia e nel nome del diritto alla salute, sono state le compressioni delle libertà fondamentali e l'incremento dell'uso della tecnologia nelle nostre vite, a partire dalle app per il tracciamento fino al lavoro da casa. Un fronte alimentato anche dai media che si sono sbizzarriti nel rammentare aforismi o brani tratti dai libri onirici e pionieristici di Orwell. Tuttavia, di fronte alla generale sensazione di smarrimento, il rimando più corretto ci pare essere ancora una volta quello jüngeriano con lavori che si pongono come fondamentali riferimenti analitici.

Per questo motivo, il fatto che Guanda ripubblichi L'Operaio (prefazione di Quirino Principe, pagg. 275, euro 14) e preannunci per le prossime settimane l'uscita di altri due volumi (Le api di vetro e La forbice) assume un significato doppio. Perché in questi lavori siano essi romanzi distopici, raccolte di aforismi o saggi filosofici - Jünger svela le correlazioni tra sviluppo della tecnologia e restringimento dei diritti, riuscendo continuamente ad intercettare questioni inerenti il tempo moderno. Talvolta lo fa anche prendendo spunto da fatti di cronaca. Nella prima parte della sua vita utilizza l'affondamento del Titanic come stigma di un colossale dispiegamento dello sviluppo industriale e scientifico a cui sempre corrisponde l'incapacità di reazione dell'umano: «Il suo naufragio è un simbolo grandioso, a cominciare dal nome stesso del piroscafo per arrivare fino al modo in cui avvenne il suo naufragio. È l'affondamento dell'idea stessa di progresso: la perfezione della tecnica è turbata dall'incidente; al baldanzoso ottimismo subentra il panico, al massimo lusso la distruzione, all'automatismo la catastrofe».

Osservazioni che potrebbero essere traslate al nostro caso. Al massimo grado di paura per un virus planetario che ci fa chiudere in casa per mesi, corrisponde l'affidamento integrale alla tecnocrazia, che così giace in un equivoco paralizzante, alimentando evidenti contraddizioni. Come per il Titanic, anche oggi, l'umano conquista infatti sempre più vantaggi grazie alla tecnica ma abdica gradualmente alla sua libertà, soffocata da una ragione strumentale via via più asfittica.

Jünger aveva intuito che la modernità apre spazi fascinosi ma tetri in cui a farla da padrona sono i fanatici, gli idolatri della espertocrazia (come avrebbe detto Roger Scruton!) e che, presto o tardi, tutti saremmo finiti stritolati dalla tecnica. In questo senso, la questione del Titanic e quella del Covid si muovono su piani paralleli: «È un fatto che i rapporti tra i progressi dell'automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche l'uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore. Fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama è piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà: manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocità. Ma non appena si profilano all'orizzonte iceberg e isole dalle bocche di fuoco, le cose cambiano radicalmente».

È la condizione che descrive nel romanzo Le api di vetro. Un ex ufficiale assiste al crollo del suo mondo, dominato dall'ordine e dal diritto, e si rifugia da un italiano, tal Zapparoni, fabbricante di strani robot per le massaie e di mezzi per l'esercito. In quel contesto si imbatte in strani insetti, privi di emozioni per il fiore, che non hanno gerarchia o sesso, inutili per scopi riproduttivi ma utili per il profitto. Queste api di vetro le possiamo indicare proprio come il proseguimento distopico di quanto descritto, ad inizio degli anni Trenta, ne L'Operaio. Il milite del lavoro di inizio secolo scorso sta al cittadino del terzo millennio ed entrambi si riconnettono a quel mondo artificiale animato da «api di vetro» e su cui vigila Zapparoni, l'imprenditore di fama mondiale. Perché, oramai, per Jünger non vi sono più categorie specifiche. Operai, figure svincolate da ogni connotato di classe, sono lo scienziato e il professore, il politico e l'avvocato, lo studente e il manager dal momento che ci troviamo in una nuova fase e «di fronte a qualcosa di meta-storico, in cui si dischiudono delle prospettive su di un mondo al di là della storia».

La raccolta di aforismi e prose brevi, d'argomento filosofico, che va sotto il titolo de La forbice, è opera di un uomo oramai centenario, ma avvalora una parziale via d'uscita da questo totalitarismo morbido.

Una via che è quella jüngeriana di sempre: «Il cammino è più importante della meta. Il che non significa che la meta sia irrilevante, ma solo che il cammino non va giudicato in relazione alla meta. Il cammino contiene di più che la meta raggiunta, lo stesso vale per tutto ciò che è solo possibile».

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