Quando Theodor W. Adorno studiava il radicalismo di Destra

Torna per Marsilio un contributo fondamentale del pensatore che creò la "Scuola di Francoforte"

Quando Theodor W. Adorno studiava il radicalismo di Destra

La galassia antifascista conta su un numero considerevolissimo di corpi celesti. Pronunciarsi sul fascismo vecchio e soprattutto nuovo oltreché una moda priva di profondità, è un modo per accordarsi al politicamente corretto; una scorciatoia che sovente si scontra con una preparazione seria, l'unica che possa trasformare le spiegazioni facili facili in tracce euristiche, in possibilità di nuove conoscenze che scontino le rigorose qualità del precariato. Cioè, valide fino a prova contraria.

Il politicamente corretto, vale a dire la semplice dittatura di un'opinione, agisce sulla libertà di diffusione delle risultanze di una ricerca ma anche sul destinatario del contributo di tipo storico, creando una barriera che si insinua nel percorso di ricezione del messaggio. In questo processo, l'autorevolezza del mittente è di notevole rilevanza. Un Umberto Eco con le sue uscite sull'Ur fascismo vale certamente mille Michela Murgia col suo fascismo calcolabile, seppur entrambi intendano dimostrare come quest'ultimo sia una raccolta di qualità negative perfino banali prive di apporto storico, di contesto e di legame con una infinità di situazioni sociali. Conosciute ma tralasciate, nel caso di Eco.

Il fascismo diventa così non solo il significante di una serie pressoché infinita di disvalori, ma un inemendabile peccato aggiornabile secondo certi agi da agenda postmoderna. Fascismo non come semplice idea, bensì come luogo d'incontro di soggettività detestabili, un demonio in e tra noi, eternamente minaccioso, collettore di quanto di peggio una civiltà abbia saputo trasmettere alle nuove generazioni e non solo da un punto di vista politico. Una sorta di agostinismo stranamente teorizzato e mal centrato, utilizzato come carta di briscola all'interno di un dibattito pubblico privo di sostanza e dunque bisognante di contributi, per così dire, eterodossi. Una politica non più solo arte del possibile, ma arte di e con qualunque cosa.

In tutto questo, leggere adesso un contributo di Theodor W. Adorno, esponente di spicco della Scuola di Francoforte, contributo datato 1967 (il Nostro morirà due anni dopo), pubblicato da poco da Marsilio col titolo Aspetti del nuovo radicalismo di destra con postfazione di V. Weiss, vuol dire riprendere confidenza col gusto della problematicità forse anche eccessiva a danno della semplificazione dei temi riguardanti destra e fascismo. Il contributo adorniano altro non è se non una conferenza tenuta a Vienna; una chiacchierata registrata, incompleta, priva insomma della presunzione di perfezione, tutt'altro che un'ultima parola sul fenomeno movimenti fascisti, tenuta con lo scopo di fare chiarezza sui movimenti di destra in Germania.

Saltano agli occhi alcune caratteristiche. La severità dell'approccio dato che la questione fascismo in Germania non sembrava risolta, se la intendiamo, per esempio, dal punto di vista del consenso prestato al Führer dalla quasi totalità della nazione germanica , severità che non scade (quasi mai) nel giudizio o nella comoda svalutazione di un complesso di fenomenologie. Anzi, insieme a molti altri argomenti tra cui peso della propaganda e antisemitismo, all'autore di Minima Moralia sembrano stare a cuore due questioni perché ancora al centro del cosiddetto problema tedesco. Quella frettolosa voglia di unione che diventa omogeneità di intenti e di azione, derivante dalla mancanza di una tradizione di unità tedesca, e la valenza della mitologia in veste più di realizzazione artistica che di vera e propria mitografia insieme alla coscienza di una consolidata cultura della catastrofe o del tramonto e di un prossimo destino di metanoia. Una miscela esplosiva che avrebbe portato, a suo tempo, al consolidarsi di un regime, delle sue scelte epocali e delle sue ritualità.

C'è anche, naturalmente, l'Adorno che tratta parametri sociologici, manifestando tratti evoluzionisti nella direzione d'una relazione democraziafascismo nei termini d'una carenza della prima a vantaggio della seconda, questione ovviamente tutt'altro che nuova. La democrazia è prassi e idea e laddove essa non è all'altezza del proprio concetto, regala spazio, idee e uomini al fascismo come contenitore forse perfino necessario. Perché il problema del fascismo è proprio nella crisi della borghesia e nei suoi colpi di coda, nella colpevolizzazione, dice Adorno, degli altri strati sociali, nelle paure del borghese di essere declassato e dunque spodestato. Nella paura di quest'ultimo di essere risucchiato in un sistema omnicomprensivo ove il privilegio di apparire come se stesso abbandona la propria reale consistenza. E c'è naturalmente l'intellettuale critico verso le personalità autoritarie, le cui idee andrebbero combattute nel duplice campo degli interessi reali, cioè ancora delle piccolezze borghesi e dell'indagine psicologica. L'Adorno che pone sulle spalle del singolo il peso della sua colpevolezza.

L'Adorno, forse, più imitato anche se pochi dubbi fortemente invecchiato.

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