Quell'amico "Amarcord" ​che svela il vero Fellini

Il ricordo di Fellini attraverso le parole dell'amico Luigi "Titta" Benzi che racconta i segreti dell'uomo e del regista "Federico"

“Avanti Savoia!” me lo gridò con quella cordialità romagnola così tipica, sulla porta di casa. Avevo parlato con suo nipote, ero un (abbastanza) giovane giornalista arrivato a Milano da pochi mesi. Giunsi a Rimini in treno, una bel sabato di primavera, il 14 aprile 2007. Sole, barche in uscita a mare dal porto-canale. Il calendario del campionato di calcio di serie B prevedeva il derby romagnolo Rimini- Cesena; un faccia a faccia tra due anime di quella terra Sudamericana impiantata tra Marche ed Emilia. Un’occasione per raccontare attraverso il calcio l’anima di una città. Provai a contattare Luigi “Titta” Benzi, l’amico di sempre di Federico Fellini, convitato di pietra di qualsiasi discorso pubblico sulla città malatestiana e sul mondo romagnolo. L’avvocato Benzi era un importante avvocato penalista, tra i più importanti di Romagna, all’epoca i suoi 87 anni quasi non si capivano, nascosti da un entusiasmo coinvolgente e rivelati solo da un bel bastone cui mi sembrava si appoggiasse più per vezzo che per necessità. Elegante, giacca e cravatta, un’eleganza senza fronzoli, funzionale al rispetto di sé e dell’interlocutore.

Il mio cognome aveva evocato a lui, nato nel 1920 come il suo amico Federico, ricordi di un’Italia che fu. Il suo studio era in un palazzo moderno non lontanissimo dalla stazione. Ma, varcando la soglia, si entrava davvero in un’altra epoca. Facevano bella mostra di sé, incorniciati alle pareti, alcuni disegni autografati dal maestro; erano le visioni oniriche miste ai ricordi e poi riportate nei film, la cifra unica e inconfondibile della poetica felliniana. Si mise seduto e con lo sguardo cominciò a pescare nei ricordi. “Avevamo 4 anni (quindi 1924, ndr), eravamo tutti e due sulla spiaggia di Rimini. Stavo finendo un bel castello di sabbia, lavorando di fino con rastrello e paletta. Federico si è avvicinato e dalla sua faccia ho capito che intenzioni aveva… gli ho detto in riminese ‘Se ti avvicini, ti do una palettata!’. Lui si è avvicinato, per dispetto mi ha mezzo distrutto il castello e io gli ho tirato una palettata in testa. Lui ha reagito e ci siamo un po’ azzuffati. Poi non ricordo se la bambinaia o chi altri, ci separarono. Ma da quel giorno diventammo inseparabili”. Un’amicizia unica, culminata nel 1973, a dicembre. Nelle sale italiane arriva il film che sarà considerato dal grande pubblico il manifesto di Federico Fellini: Amarcord. Mi ricordo, in dialetto romagnolo, caleidoscopio di memorie, sogni, suggestioni che rese il maestro un immortale del cinema mondiale. Il protagonista è Titta Biondi, chiamato così proprio in onore dell’avvocato Titta Benzi. Eppure l’avvocato andò quasi a volo d’uccello su questa dedica così importante. Un po’ perchè il 9 giugno 1973 (quindi prima dell’uscita nelle sale) un’intervista all’avvocato Benzi su La Stampa a firma di Edda Tonini Montemaggi aveva “rivelato” in anticipo la figura del protagonista di Amarcord, provocando le ire di Fellini. Ma la leggerezza dell’avvocato era anche figlia di una vita vissuta con l’amico di sempre che conferiva normalità a ciò che per gli altri era straordinario. Continuavano i ricordi dell’avvocato Benzi: “Quel patàca (che in romagnolo indica una persona che le spara grosse, in senso affettuoso, uno sborone, ndr) voleva anche mettermi in Amarcord, mi disse ‘ fai tuo padre Ferruccio’, ma io gli dissi che non mi sarei fatto fregare”. Un’amicizia bella e totale. “Una volta- ricordava “Titta”- mi ha telefonato alle due di notte domandandomi cosa stessi facendo. ‘Ma va’ in te dom, patàca!’ gli ho risposto, vai a quel paese! Stavo dormendo! Lui mi ha detto che si trovava da solo alla stazione di Bologna, aveva voglia di parlare. Beh, mi sono vestito, sono entrato in auto e l’ho raggiunto”.

Sulla Gradisca, mitica figura femminile di Amarcord, la stessa leggerezza: “Certo che esisteva, noi eravamo ragazzini, appena passava ci davamo di gomito e ci mettevamo spiaccicati dall’interno delle vetrine di Corso d’Augusto. Per noi quello era il sesso, un territorio ancora mezzo sconosciuto, proibito”. Sul Fellini regista: “Noi amici ogni tanto gli domandavamo dove avrebbe preso i soldi per il film. Lui non si preoccupava, poi una volta nelle sale diceva ‘Ormai il film è fatto, m’interessi mica!’. Era così, viveva per il film”. Prima di andarmene ci lasciammo con il calcio: “Guardi- mi disse l’avvocato Benzi- questo disegno lo ha fatto Federico. Mi ha messo nello stadio di Rimini (c’era un busto sugli spalti del Romeo Neri, costruito tra il 1933 e il 1934, con le fattezze di “Titta”)”. Un ultimo grido di battaglia, perché l’avvocato si sarebbe seduto al suo posto per Rimini-Cesena: “Forsa Rimini, ‘mmazzime tutt!” (Forza Rimini, ammazziamo tutti!). La partita, per la cronaca, finì 1-0, segnò un attaccante di belle promesse che avrebbe fatto carriera: Alessandro Matri. L’avvocato Luigi “Titta” Benzi morì il 21 ottobre 2014 a 94 anni. Si spense nella sua Rimini. E raggiungendo l’amico Federico lo salutò da par suo. “Uè patàca!”.