Lara Cardella voleva i pantaloni. Ma va bene anche una cattedra

L'autrice del bestseller degli anni '90 insegna in un istituto professionale. Ma continua a inventare racconti...

Lara Cardella voleva i pantaloni. Ma va bene anche una cattedra

È noto a tutti, no, che c'è un pubblico sedato? Prende quello di cui parlano tutti e lo compra, lo consuma, si fa usare, lo accetta senza discutere, senza porsi domande. Mi sembra ovvio e lo sembra anche a voi, vero? Tutti a guardare gli stessi telefilm, che ora chiamano «serie tv», tutti a seguire l'agenda di qualche opinion leader che adesso chiamano influencer. Tutti sotto l'influsso di qualcuno che, nascosto da qualche parte, grazie a Big Data e algoritmi vari sa tutto di noi.

Per esempio le classifiche dei libri, no? Io guardo la classifica degli autori che sono nei primi venti posti per guardarmene bene dall'acquistarli. Romanzi, saggi, varia in classifica li scanso come la peste. Funziona così. Altra cosa per Lara Cardella e il suo Volevo i pantaloni, un libro d'esordio, datato marzo 1989. In quel mese, tanto per dire, era ancora in piedi il muro di Berlino e Cossiga era presidente della Repubblica. Mentre la Cardella da Licata scalava le classifiche, il Pci cambiava nome grazie ad Achille Occhetto. Preistoria. Ho qui con me il romanzo pubblicato nella collana «Originals» di Mondadori. Si trattava di esordi o nomi celebri pubblicati direttamente in economica. Io ho la ventunesima ristampa. Costava 14.000 lire. Sulla fascetta c'è scritto in blu, su fondo giallo «420.000 copie vendute. Il successo continua».

Quando uscì non lo lessi per i motivi sopracitati, però quel personaggione della Cardella mi aveva colpito già allora perché, come si diceva un tempo, era al centro di vivaci polemiche. In quegli anni, col suo libro, denunciò un certo tipo di maschilismo ma anche un certo tipo di femmine: le ragazzine che cercavano il principe azzurro agghindandosi di tutto punto per attrarre gli uomini. Chissà se era roba vera. Io abitavo in un paesino e non avevo la certezza che fosse davvero così, però la trama funzionava.

D'accordo, è una lettura vintage, ma oggi come oggi, il vintage è di moda. Lo avevano confezionato bene questo romanzo. C'era lo zampino di Antonio Franchini, da poco assunto in Mondadori, che memore della collana di Feltrinelli chiamata «I Franchi Narratori», visto il successo di alcuni di quei memoriali, probabilmente ci vide qualcosa. Il progetto nasceva da un concorso molto anniottanta chiamato «Cercasi scrittore», avallato da Oscar Mondadori e dalla rivista 100 Cose. La trama del romanzo è presto detta: una ragazza siciliana, Anna De Domenico detta Annetta, vorrebbe emanciparsi da una famiglia con mentalità retrograda. Conosce vari personaggi che potrebbero aiutarla nel suo intento, ma altrettanti che invece cercano di ostacolarla. Primo tra tutti il padre. Si parla di prostituzione, violenza sessuale e denunce. Annetta, la protagonista, durante la storia conosce Nicola che alla fine la sposerà. Nel romanzo ci sono inserti diaristici della zia che racconta i propri stati d'animo e i propri pensieri. Se volete vedere un film in costume, su YouTube c'è Volevo i pantaloni completo, datato 1990, per la regia di Maurizio Ponzi. Vi accorgerete che vestivano uguale-uguale ai giovani d'oggi. Jeans scoloriti, giubbetti oversize, t-shirt con grandi scritte, permanente, anfibi e sneakers. Non si esce vivi dagli anni '90!

La sparo lì: la Cardella con Volevo i pantaloni scrive il Porci con le ali della «generazione del disimpegno». Se è vero che Lidia Ravera reinventava in chiave narrativa l'impegno politico e l'amore tra disagio e vitalità della seconda metà degli anni '70, Lara Cardella ci parla di giovani alle prese col mondo adulto di un profondo sud. La stessa Cardella dice che ha voluto raccontare in forma ironica la storia di una sua amica, ma poi il libro ha assunto un registro drammatico. Al tempo ero un liceale, ma ricordo le interviste, il Maurizio Costanzo Show e le tante invettive dell'autrice. Due milioni e mezzo di copie, mica bruscolini. Poi arrivarono altri romanzi come Intorno a Laura, Fedra se ne va, Una ragazza normale, che trovavo regolarmente nei magazzini di libri a metà prezzo e sulle bancarelle delle fiere. Infine la persi di vista.

Per anni mi sono divertito a raccogliere e cercare autori che hanno rappresentato, attraverso i loro libri, veri e propri fenomeni sociali per poi sparire di colpo, o farsi dimenticare: Io speriamo che me la cavo del maestro Marcello D'Orta, milioni di copie; Parola di Giobbe di Giobbe Covatta, milioni di copie; La bruttina stagionata di Carmen Covito, milioni di copie; Padre padrone di Ledda... Seguivo con interesse gli autori di questi libri perché sapevo che prima o poi mi sarebbero tornati utili. E infatti. Dai, la sparo lì per l'ultima volta: secondo me Lara Cardella è la Silvia Ballestra del mainstream. Gli Antò della Ballestra sono la versione alternativa e underground delle varie Annette e Fedre e Laure dei libri dell'autrice siciliana.

Poi un giorno arrivò un editore a chiedermi un'idea. Pensai che sarebbe stato interessante andare a recuperare le vecchie glorie delle classifiche e far loro scrivere qualcosa di nuovo. Perché Lara Cardella non pubblicava da anni? Se anche solo l'1% dei vecchi lettori avesse acquistato il suo ipotetico nuovo libro, sarebbero state 25.000 copie. Non male per gli standard contemporanei. Mi affrettai così a contattare Lara Cardella. Abitava a Bergamo, insegnava, era ancora bella combattiva contro tutte le ingiustizie e le contraddizioni umane. Per esempio si divertiva a raccontarmi che pur essendo un'autrice acclamata non aveva ancora la cattedra per l'insegnamento e si arrabattava tra supplenze e attese di chiamata. Mi parlava di un suo antico amore difficile. Pene d'amore. Mi parlava di un figlio adolescente, di agenti letterari. Le chiesi se avesse qualcosa di inedito perché lo avrei fatto pubblicare. Ci incontrammo a Mantova dopo lunghe telefonate ed e-mail. Quando ci vedemmo aveva la stessa aria truce delle varie foto ufficiali dallo sguardo imbronciato. Occhi scurissimi, vestita con maglioni e foulard morbidi, mèche color mogano. Una diva del cinema muto. Mi consegnò un romanzo nel quale due donne compivano un lungo viaggio in auto per attraversare l'intero Paese. Una sorta di Thelma&Louise trapiantate in Sicilia e dirette a Milano. Il libro sembrava già una sceneggiatura teatrale perché le centosessanta pagine erano tutte costellate di dialoghi, botta e risposta, brevi contestualizzazioni fulminee e poco più.

Andammo a cena al «Giallozucca». Ho diverse foto dove siamo a tavola assieme, ma non ricordo chi le scattò. Forse l'oste. In una foto ci sono io con un contenitore in vetro pieno di maccheroni. Il piatto consisteva nello shakerare questa pasta con un sugo. Ci sono io che shakero, e guardo Lara, che a sua volta mi sta guardando. Mi raccontò che anni prima, quando abitava in un residence a Roma, aveva preso uno strano intruglio di medicinali prescritti dal medico che per poco non la fece morire. Fortuna ha voluto che passasse di là Loredana Bertè della quale era molto amica, e fu salvata grazie alla cantante che, insospettita, fece sfondare la porta e la salvò.

Mi sono accorto che queste persone vivono intensamente, a folle velocità, situazioni e dinamiche il più delle volte assurde. Qualcuno quando si riprende è stordito. Qualcuno non si ripiglia più e ha una scimmia perenne. Altri, come lei, provano a cercare una quotidianità e ardiscono a entrare di ruolo in una scuola superiore. Poi si vedrà.

Ora che ci penso è da un po' che non la sento. Magari provo a chiamarla.

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