Sebald cattura «Il fantasma della memoria»

Se penso a W.G. Sebald, lo penso lì, a far chiacchiere con Elias Canetti, a sfottere Thomas Mann, uscire a cena con Balzac. L'autore di quei libri miliari, Vertigini, Austerlitz, voglio dire, sembra ergersi da un passato remoto, ha la marmorea maschera del classico. Classe 1944, morto tragicamente, in un incidente stradale, nel 2001, Sebald è di un altro tempo, polverizzato, diacronico, pervasivo. Si è saldato al genio dei suoi romanzi, dove Kafka fa capo insieme a Conrad e Nabokov fa cucù con solerte sfarfallio. «Il fatto che solo due testi siano stati pubblicati in Italia con Sebald in vita ha fatto sì che a ogni nuova uscita l'inquietante immagine di un flâneur dell'oltretomba abbia sempre più preso piede sino a radicarsi indissolubilmente con la sua scrittura», scrive, azzeccando, Filippo Tuena, esegeta e discepolo di Sebald (leggete quell'imprevedibile Wunderkammer narrativa che è Le galanti, stampato quest'anno dal Saggiatore), che ha introdotto la versione italiana delle Conversazioni con W.G. Sebald, sotto il titolo Il fantasma della memoria (Treccani, pagg. 160, euro 17, a cura di Lynne Sharon Schwartz).

Il libro è perfetto per sintonizzarsi con uno dei grandi autori del secondo '900 che ha innovato il romanzo e si è posto il problema capitale - che rapporto c'è fra lo scrittore e la Storia?, come dire la Caina della Storia? - scassandolo da dentro, insinuandosi in un dialogo potente con i morti, che sia lo spettro del padre, arruolato nella Wehrmacht, o quello di Stendhal o Chateaubriand. Sintetizzati i rapporti di filiazione con Thomas Bernhard («Ciò che Thomas Bernhard ha fatto per la letteratura del dopoguerra in lingua tedesca è stato portarla verso una nuova radicalità, che prima non esisteva, senza alcun compromesso»), Sebald, in una intervista alla CBC Radio nel 1997 dice il cuore del suo lavoro. «Sono cresciuto in un piccolissimo villaggio delle Alpi, molto in alto, a circa mille metri sul livello del mare... non si potevano seppellire i morti d'inverno, perché la terra era gelata e non c'era modo di scavare. Così bisognava lasciare i corpi in qualche legnaia per un mese o due, finché non iniziava il disgelo. Si cresceva con questa consapevolezza, che la morte sta intorno a noi... ho sempre avuto questa nozione in qualche angolo della mia mente, che quelle persone non se ne fossero mai davvero andate, che fossero rimaste da qualche parte nel perimetro delle nostre vite, e potessero tornare per delle brevi visite».

Le fotografie sono bramiti fosforescenti di chi non è più ma è ancora, «sono per me una delle emanazioni dei morti, specialmente quelle vecchie foto di persone che non sono tra noi». Lo scrittore s'incunea nei fori del tempo: cominciate a leggere il fascicolo su Robert Walser, Il passeggiatore solitario. Sebald va in estasi per quella scrittura ai limiti dell'invisibile, estrae dal cumolo del caos un destino nella morte dello scrittore, riverso sulla neve. Ricalca un passo in cui Walser tesse l'elogio della cenere: «La cenere rappresenta in sé l'umiltà, l'insignificanza, l'assenza di valore. E, ciò che è ancora più bello: essa stessa è pervasa dalla convinzione di non valere nulla. Si può essere più inconsistenti, più deboli, più inetti della cenere? È davvero difficile. Si può essere più arrendevoli e più pazienti della cenere? Certo che no». Sembra una regola monastica. Dalla cenere risalire al fuoco capitale: questo è stato il compito di Sebald. Ancora ci incendia.

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