Yara, tra fiction e cronaca. Cosa c’è di vero dietro il film

Per il legale di Bossetti il film su Yara Gambirasio non rispecchia la realtà. Ma in una sola settimana in streaming è già boom di visualizzioni

La storia di Yara, tra fiction e cronaca. Cosa c’è di vero dietro il film di Netflix

Un progetto molto ambizioso quello che è stato portato alla luce da Netflix. In catalogo dal 5 novembre (e al cinema dal 18 ottobre solo in alcune sale), il colosso dello streaming con la collaborazione di Taodue Film di Pietro Valsecchi ha condiviso con i propri abbonati un film di grande valore che, fin dalla sua prima apparizione, ha fatto discutere il pubblico e la critica. Stiamo parlando di Yara, la fiction che ricostruisce il caso della piccola Gambiraso, giovane di Brembate di Sopra (vicino Bergamo) scomparsa nel novembre del 2010 e ritrovata morta solo tre mesi dopo. Un fatto di cronaca nera di rilievo, che è arrivato a conclusione dopo 5 anni di indagini serratissime, vicoli ciechi e tante false piste. Il caso si è risolto con l’arresto di Massimo Bossetti, unico indiziato per l’omicidio, condannato all’ergastolo nel luglio del 2016 dopo un processo durato un anno. E a distanza di tempo da quella sentenza e i tre gradi di giudizio, l’assassino è tutt’ora in carcere. Tanti, però, sono i punti oscuri sulla vicenda.

Il film di Netflix, diretto da Marco Tullio Giordana, a una settimana dal suo debutto sta ancora racimolando un consenso dopo l’altro, arrivando persino ai vertici delle classiche di gradimento da parte del pubblico. Analizza passo dopo passo le indagini che sono state portate avanti dalla polizia e dal pm Letizia Ruggeri (con il volto di Isabella Ragonese). Però, nonostante le buone intenzioni iniziali, Yara non rede giustizia né al caso né tanto meno alla figura stessa della vittima, rimasta imbrigliata in una narrazione di scarso mordente. La storia vera diventa fiction, ma il risultato finale non è dei migliori.

Un nome che significa "farfalla", i fatti salienti di Yara

Il 26 novembre del 2010 è una data che la famiglia Gambirasio non potrà mai dimenticare. Erano le 17.30 quando la ragazzina è uscita di casa per recarsi in palestra per sparire poi nel nulla appena un’ora dopo. Il film di Netflix parte proprio da qui. Ricostruisce gli ultimi attimi di vita di Yara, raccontando di una giovane di belle speranze, amata e ben voluta da tutti, che per un assurdo scherzo del destino finisce tra le grinfie di un assassino pericoloso e sadico. Con il cuore in gola, i minuti scorrono veloci fino al momento del ritrovamento del cadavere, avvenuto in un campo di Chignolo d’Isola.

Ed è il pm Letizia Ruggeri che con tenacia porta avanti le indagini, fino a scontrarsi con la burocrazia, la stampa e le stesse forze politiche del periodo, le quali criticano la scarsa prontezza delle forze dell’ordine. La scoperta di una traccia di Dna sui vestiti di Yara mette in un moto una serie di eventi che portano alla scoperta del colpevole. L’iter è lungo ma è ricostruito molto bene come si è arrivato a dare un nome a l’Ignoto numero 1. Con la seconda parte del film, ambientato durante le fasi più accese del processo ai danni di Massimo Bossetti (Roberto Zibetti), la narrazione trova più enfasi fino ad arrivare al suo finale catartico ma dolce e amaro.

Un cast tutto italiano per un film freddo e senza mordente

A primo impatto, la fiction su Yara è un progetto di grande valenza. È curata dal punto di vista della regia, delle ambientazioni, fino alla ricostruzione minuziosa di una realtà a noi vicina ma lontana allo stesso tempo. Non basta, però, il cast formato da soli attori italiani come Alessio Boni nel ruolo del colonello Vitale, Isabella Ragonese nelle vesti del pm Ruggeri e di una promettente Chiara Bono che presta il volto alla piccola Yara per regalare spessore alla narrazione.

La cronaca che diventa intrattenimento non è un connubio che funziona sempre. Certo, Yara ha il pregio di basarsi sulle indagini vere e proprie. A quelle indagini fuori dalle chiacchiere da bar e dalle inchieste giornalistiche, ma preferisce raccontare solo il dramma umano di una famiglia che si trova a dover affrontare la perdita di un figlio e quello di una donna disposta a tutto pur di assicurare un assassino alla giustizia. Le premesse sono ottime, non c’è che dire. Lo svolgimento purtroppo non buca lo schermo.

Cosa c’è di vero dietro il successo di Yara?

A 10 anni dal delitto non è affatto facile ricordare una vicenda che è ancora impressa nella memoria collettiva. Con tutte le attenuanti del caso, Yara è una costruzione molto vivida. Forse anche troppo. E soprattutto è una ricostruzione dell’omicidio come processo e di tutto ciò che ne consegue che non prende le parti di nessuno. Ma che attraverso il solo punto di vista del pm, mette in scena uno dei fatti di cronaca più cruenti dei giorni nostri. Trasborda di dettagli grazie ad alcune immagini di repertorio e si sofferma anche su tutte le false piste che sono state imboccate durante le indagini. Come l’errore di traduzione dell'intercettazione di Mohammed Fikri.

Il Dna di Silvia Brena, la fiction che sorvola su una parte delle indagini

Nel film c’è un passaggio delle indagini che non è stato affrontato. I fatti riportano che il 2 aprile del 2011, una volta che è stato estrapolato il Dna dai vestiti della vittima, è stato isolato il campione di Silvia Brena, l’istruttrice di palestra che avrebbe visto Yara nel giorno della scomparsa. Le tracce sono state rinvenute sul soprabito solo perché la donna sarebbe entrata in contatto con la ragazzina tempo prima del misfatto. Il film non evidenzia questo dettaglio. La scena mostra il pm che interroga la donna senza accennare al fatto della scoperta del Dna.

"Non è fedele alla storia". Ed è subito polemica sul film

Successo di pubblico ma con critiche feroci. I genitori della vittima, ad esempio, non sarebbero mai stati coinvolti nel progetto. Hanno fatto sapere attraverso il loro avvocato che non hanno avuto nessun contatto con la produzione della fiction e con il regista. Avrebbero ricevuto una telefonata durante le fasi finali delle riprese, ma niente altro. Il film non è stato girato nei luoghi dell’omicidio, ma a Fiano Romano e a San Vito Romano. Non è tutto. Un attacco diretto arriva anche da Claudio Salvagni, il legale di Massimo Bossetti.

In un’intervista che ha rilasciato alla redazione de IlGiornale.it, ha criticato verbalmente il film di Marco Tullio Giordana. "Non ho visto il film su Yara perché ritengo che non sia fedele alla narrazione dei fatti, nonostante il regista sostenga di ver consultato gli atti – afferma -. Noi della difesa non siamo stati interpellati per una visione a 360 gradi di tutto l’iter processuale". Il killer è stato condannato all’ergastolo e la pena non è stata riformulata in nessuno dei tre gradi di giudizio, anche se la difesa ha cercato più volte di smantellare la prova regina.

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