Uno studio anatomico della malinconia sulle tracce del "pioniere" Robert Burton

Un saggio ripercorre la storia di un sentimento che dà forma alla società

Uno studio anatomico della malinconia sulle tracce del "pioniere" Robert Burton

È la malinconia la condizione del nostro tempo? Cosi sembra pensarla lo psicanalista Christopher Bollas in un volume di pochi anni fa, L'età dello smarrimento. Senso e malinconia, tradotto per Cortina. Ma pare che la pandemia abbia accentuato questa tendenza perché a digitare la parola nella produzione anglosassone scorrono parecchi titoli. Curioso perché, nel corso del Novecento, essa era stata oggetto della psicanalisi ma con il nome di depressione (solo lo psichiatra Eugenio Borgna ne aveva fatto un oggetto a sé, in un volume del comunque di non troppo tempo fa). Oppure rimanevano i cascami della nozione romantica di malinconia, un atteggiamento proprio dell'artista, allorché le persone normali, non a contatto con Saturno, ne sarebbero state immuni.

Invece, a giudicare dalle ricerche degli psicologi americani, da qualche anno la malinconia pervade anche l'uomo della strada, e soprattutto non pare medicalizzabile né curabile. Per questo è utile tornare al periodo in cui questo concetto è stato introdotto nel vocabolario occidentale e a un'epoca, quella del tardo Rinascimento e del XVII secolo, che ne era pervasa. Il testo di riferimento dell'epoca è ovviamente L'anatomia della malinconia dell'inglese Robert Burton, monumentale ed enciclopedica uscita in prima edizione nel 1621 con lo pseudonimo di Democritus junior. E quest'opera è a suo modo ancora attuale, visto che proprio nel 2020 Bompiani ne ha pubblicato una nuova traduzione integrale e con testo a fronte. Tanto attuale che Mary Ann Lund, universitaria britannica già autrice di un volume più accademico su Burton, ci presenta oggi un manuale per leggere l'impervio tomo seicentesco: A User's Guide to Melancholy (Cambridge University Press).

In realtà, attraverso il pretesto di offrire una guida alla lettura di Anatomia della Malinconia, Lund ci offre un volume godibile pure per i non specialisti, in cui illustra come il Seicento fosse il secolo della malinconia e somigli al nostro. Certo, ci sono differenze. Come scrive Lund, se oggi con malinconia si intende uno stato di tristezza e introspezione nel tardo Rinascimento, quando il concetto viene forgiato, essa era considerata una malattia a tutti gli effetti, da curare per forza di cose in quanto gettava il malinconico in uno stato di paura. Essa ne paralizzava l'azione mentre, nella visione del tardo Rinascimento, l'uomo doveva agire.

Una malattia che inibiva all'azione doveva essere debellata, soprattutto se stava diventano una sorta di epidemia dello spirito. La studiosa non approfondisce questo tema ma è evidente che nel Seicento la malinconia è una sorta di emozione politica, cioè che produce effetti politici. E in quel secolo politica voleva dire in molti casi guerra di religione. Interessantissimo il caso di un nobile padovano, di cui si interessa Burton ma anche la trattatistica medica dell'epoca, Francesco Spiera, che, costretto ad abbandonare la religione riformata dall'Inquisizione cattolica, cadde in uno stato di malinconia talmente violento che inutili furono le cure del tempo. Il caso colpì molto in Europa perché mostrava come il conflitto politico-religioso (allora i due piani erano inseparabili) potesse essere tanto cruento da entrare nel cervello. E qui siamo già in piena modernità otto-novecentesca, dove la malinconia si conferma una sorta di malattia politica: il cosiddetto pensiero reazionario ne è pregno, perché animato dalla convinzione che indietro non si può tornare. Ma, come ha mostrato Enzo Traverso, la malinconia è anche una malattia politica della sinistra: quella generata dalla presa d'atto che andare avanti fino alla Rivoluzione è impossibile e che essa finisce sempre per divorare i propri figli. Nessuno riuscì a curare Spira ma di rimedi per la malinconia sono pieni i trattati dell'epoca. Anche se Lund è molto rigorosa e le vicende e i testi trattati non superano la metà del XVII secolo, il volume è tanto intessuto dal pullulare di corpi inquieti, di umori e di paure, di lunatici e saturnini, e di medici investiti spesso dalla stessa malinconia che vorrebbero curare, da riportarci direttamente ai nostri giorni.

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