"Torlonia", una bellezza che ti lascia di marmo

Ritratti di uomini e donne illustri della Repubblica e dell'Impero. Un orgoglio per Roma e per l'Italia

Per primo, venti anni fa, come sottosegretario ai Beni Culturali, riaprii il dialogo con il Principe Alessandro Torlonia per restituire alla città di Roma il grande museo delle collezioni di marmi - una collezione privata - che rappresentano la più grande raccolta al mondo dopo quelle del Vaticano e dei Musei Capitolini. Il dialogo fu difficile, perché prevedeva la costruzione di un nuovo museo sotto la sorveglianza del Soprintendente Ruggero Martinez, nell'area di Villa Albani, proprietà dei principi di Torlonia. Non se ne fece nulla.

Poi la Fondazione Torlonia, voluta dallo stesso Principe Alessandro - personalità formidabile, scomparso nel 2017 - ha inteso che non vi era nessun vantaggio a tenere nascoste sculture tanto importanti per la storia di Roma, «una collezione di collezioni», come è definita. E quello che importa, oggi, è la rinnovata volontà dei Torlonia di riproporre, in dialogo con le pubbliche amministrazioni, la gloria maggiore della famiglia nelle imprese di scavi e relativi ritrovamenti, e di importanti acquisizioni.

Momento memorabile, per l'allestimento della collezione di famiglia, è l'acquisto del Palazzo di Piazza Venezia, secondo il progetto di Giuseppe Valadier: qui, nella lussuosa galleria con le opere dei più notevoli artisti neoclassici, affreschi e quadri, erano esposte sculture antiche e moderne nella proprietà di Giovanni Torlonia, consigliato da Vincenzo Pacetti, tra i principali scultori e restauratori del tempo, integrando il percorso che si viene ora facendo in Villa Caffarelli, presso i Musei Capitolini, con l'allestimento officinale di David Chipperfield, e le amorose cure di Salvatore Settis e Carlo Gasparri.

È bene ricordare che alla nuova sede fu destinato anche il monumentale gruppo di Ercole e Lica di Antonio Canova, che il Duca di Bracciano aveva acquistato a un prezzo molto alto, tanto da meritare un posto privilegiato, fra le statue antiche, oggi talvolta spulite (è l'unico limite della attuale sistemazione); oggi il gruppo è alla Galleria Nazionale di Arte Moderna, sempre in un posto d'onore.

Il capolavoro di Canova accompagnava la vasta presenza di storie di Ercole, illustrate nei sarcofagi della collezione di marmi romani; era il culmine della celebrazione di un mito che Giovanni Torlonia aveva individuato come simbolo della propria affermazione personale ed economica. Le sculture antiche erano sistemate, oltre che nella galleria, nei cortili e sullo scalone del palazzo: in gran parte quelle dell'atelier Cavaceppi; insieme ad opere acquisite sul mercato antiquario come i monumentali sarcofagi della collezione Savelli, insieme ai marmi rinvenuti negli scavi voluti da Giovanni. I due sarcofagi sono tra le opere più potenti dell'attuale selezione: il primo, con le prevalenti fatiche d'Ercole, ma soprattutto con il coperchio, forse non pertinente, con una coppia di defunti distesi, di singolare e rappresentativa imponenza, testimonianza di un alto rango dei rappresentati; ma soprattutto il secondo, forse il pezzo più notevole della collezione. Sul retro, le due teste di gorgone appiattite, evidenziano, come sui fianchi, la morbidezza del modellato. Il bellissimo oggetto, prima in Palazzo Savelli, poi in Palazzo Orsini, è databile per i molti riscontri effettuati tra il 260-270 d.C.

La complessità della raccolta, anche nella attuale collocazione, riproduce alcuni richiami identificativi del definitivo allestimento nelle sale del Museo di Torlonia alla Lungara, adattamento di un preesistente lanificio. Il più tipico è il colore delle pareti, dipinte di un rosso intenso, sfondo ideale per i bianchi marmi. Le sculture erano originariamente posizionate su basi di legno con finto rivestimento di granito rosa e su rocchi di colonne di marmi colorato. Nell'ultima sezione, i 114 ritratti di uomini e donne illustri della Repubblica dell'Impero di Roma, erano appostati su quattro banconi in legno rivestiti di stoffa scura: ogni ritratto era affiancato dal numero di catalogo e dal nome del personaggio su un cartellino a stampa.

Non so quanto la disposizione attuale con le sculture approssimativamente posate su blocchi di finiti mattoni restituisca l'impressione originaria: è comunque forte ed efficace, nella sua precaria provvisorietà. Teste come quelle di Eutidemo, busti come quello del Vecchio di Otricoli, il ritratto di Aquila Severa e soprattutto di Elena Fausta, dall'acconciatura stilizzata e dall'abito quasi di gusto decò, sono esempi notevolissimi e importanti del genere rappresentato. Prezioso, in Aquila Severa, il panneggio che nasconde l'animata mano.

Nel seguito del percorso, si segnalano il sottile frammento di rilievo attico, proveniente dall'Acropoli di Atene, del V sec. a.C. Di altissima qualità anche l'Irene da Cefisodoto, che la concepì nella prima metà del IV sec. a.C., in una replica armoniosa del I d.C. Dalla collezione di Vincenzo Giustiniani, memorabilissimo, ma forse moderno, il ritratto di Scipione, in basanite e porfido, e soprattutto la Hestia, derivata da un originale in bronzo del V sec. a.C. e realizzata, con grande pulizia e sintesi, in marmo nel II sec. d.C. Formidabili le due Isidi in marmo bigio morato per il corpo, con teste non pertinenti, entrambe degli inizi del III sec. d.C.

Molto istruttivo il confronto tra le due Afroditi accovacciate, sempre della collezione Giustiniani, nelle repliche originali del III sec. a.C., attribuite a Doidalsas: una, al di là della superficie abrasa, perfettamente integra nel modellato; l'altra, con un'espressività meno viva e più meccanica nel volto, integrata con una testa moderna maldestramente attribuita a Pietro Bernini.

Occorrerà tornare alla Collezione Torlonia, con l'orgoglio che la città di Roma l'abbia restituita,grazie al grande impegno della famiglia Torlonia, a tutto il mondo, riparando una grande ferita.

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