Fra i cosiddetti esperti di cose musicali certi pregiudizi non muoiono mai (anche le mamme dei sapientoni sono sempre gravide). Per esempio, relegare alcuni direttori d'orchestra fra i cosiddetti routiniers (nel senso deteriore: praticoni), senza sapere l'alto significato della pratica artigianale operistica. In questa categoria viene da taluni inserito Tullio Serafin, direttore d'orchestra veneziano, nato nel 1878 a Rottanova di Cavarzere (dove il Circolo Amici di Tullio Serafin ha mantenuto viva anche quest'anno la sua memoria) e morto il 2 febbraio di cinquant'anni or sono. Viene ricordato dai più informati come sapiente divinatore di voci (il mentore di Maria Callas), sempre interessato alla crescita delle voci, da Gigli a Pavarotti, nei primi sessant'anni del Novecento. Colonna della Scala e del Metropolitan fra le due guerre, portò il Teatro Reale dell'Opera di Roma a una perfezione organizzativa a tutt'oggi insuperata. Serafin sapeva che l'opera nasce dal «fatto» vocale e costruiva lo spettacolo a partire dalla preparazione dei cantanti in sala, i quali arrivavano in scena su binari sicuri, pronti a dare il meglio delle proprie possibilità.
Con umiltà antidivistica e sapienza concreta curava l'orchestra in osmosi con le esigenze vocali e drammatiche del testo e se ne assumeva tutta la responsabilità (tagli compresi). Conoscenza e duro lavoro di concertazione consentivano, sera dopo sera, la crescita dello spettacolo nella sua unità (canto, musica, regia). E trasmetteva al pubblico la vitalità e l'entusiasmo dell'opera in musica.Tullio Serafin, un grande snobbato dalla critica
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