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Prima visione

I film vanno per ondate. Quando un’ondata si va spegnendo, in attesa dalla prossima si girano film che fanno confluire l’ondata morente con una contigua, di solito neanch’essa molto fresca. Se poi il film in questione resta due anni nel cassetto, vedendolo si ha l’impressione di un non necessario viaggio all’indietro nel tempo.
È il caso di Prigioniero di un segreto di Carlo Fusco. Qui un giovane (Andrea Iervolino) segnato dal destino, come quelli di Pier Paolo Pasolini, intravvedono - se non la grazia - la speranza nel carcere fra preghiere della mamma (Antonella Ponziani) e crocefissi: insomma siamo fra la maniera di Martin Scorsese e la maniera di Abel Ferrara. Nel tragitto fra delinquenza e redenzione, mai che un personaggio come questo approdi semplicemente alla voglia di lavorare.
Allo spettatore in cerca di scampoli toccherà - se non ha di meglio - scoprire il segreto di cui è prigioniero il criminale in questione; al critico tocca solo segnalare che a tale segreto è ricondotta la sua precoce devianza e soprattutto che, qualunque sia il segreto, il film di Fusco non fa nulla per renderlo interessante.
Perché? Vediamo prologo e contesto. Bullismo e autoritarismo andranno anche in coppia nella realtà, ma per una volta si poteva separarli. Sarebbe interessante anche raccontare un chilometro quadrato di Sicilia senza mafia: ci sarà? E poi il riscatto non andrebbe annunciato attraverso la scrittura, per l’ennesima volta, anche perché chi va in galera di solito non scrive, né legge.
La sola innovazione di Fusco è il sottotitolo, l’ossimoro Storia di un criminale buono, dove buono sta per per «giustificato».

E anche questo è discutibile, una volta appreso da che cosa è giustificato: un’umiliazione tremenda certo sconvolge, ma essa non dà il diritto morale di rivalsa su chi non è stato responsabile. Lasciamo ai film di vampiri e licantropi le vittime condannate a fare altre vittime.

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