Era orgogliosissimo del lavoro che fece come ricostruttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto tra il 1949 e il 1954, un'esperienza fondamentale per la sua carriera professionale e la sua formazione umana ("È stato il periodo più bello della mia vita"). A metà degli anni Cinquanta si trasferì "sventatamente a Milano", città che mai sopportò: "Tutti i difetti dell'industria moderna e tutti i difetti del partito comunista si mischiano a formare un casino credo unico al mondo" (ma anche: "è una città spaventosa, dura, costosa chiusa, antipatica"). Lavorò svogliatamente nella casa editrice Feltrinelli, fino a quando nel '57 l'editore, Giangiacomo, "su istigazione della moglie", lo licenziò. Era di sinistra, "ma non sono iscritto al partito, sono sempre stato, a seconda dei punti di vista, compagno di strada e utile idiota". In anni neovanguardistici rideva del fatto che il mondo culturale "è in piena Arcadia", coi metallurgici al posto dei pastorelli, "ma ora non ci sono neanche più i metallurgici". "Ora c'è Charlie Brown, figurati! O James Bond. Fanno addirittura convegni, di professori universitari, per discutere di queste bischerate" (e quella a Umberto Eco, che nel 1965 era nel comitato organizzatore del primo Salone internazionale dei comics a Bordighera, è un'allusione voluta e maligna). Tra i libri che scrisse, quello a cui era più affezionato è il romanzo La battaglia soda (1964): "il mio migliore, di gran lunga. Purtroppo siamo in pochi a crederlo". Fu un operaio specializzato, richiestissimo, in quella catena di montaggio culturale che fu l'editoria italiana negli anni tra i Cinquanta e i Settanta: pubblicò cinque romanzi, altrettanti saggi, moltissimi racconti, collaborò con decine di giornali su mille argomenti - letteratura, costume, televisione, sport... -, tradusse fra il 1955 e il 1965 qualcosa come ottantacinque libri (di Kerouac, Steinbeck, Miller, Falukner..) per diversi editori. Ma soprattutto a Luciano Bianciardi (1922-1971) piaceva da matti scrivere Lettere inutili, così come è intitolato il secondo volume, dedicato alle "Lettere e carteggi agli amici" (ExCogita, pagg. 480, euro 25), del suo sterminato carteggio in fase di pubblicazione a cura di Arnaldo Bruni per la casa editrice fondata dalla figlia Luciana Bianciardi (all'inizio dello scorso anno uscirono le lettere ai familiari; in futuro usciranno quelle a bibliotecari, professori e traduttori).
Il titolo Lettere inutili ("cioè disinteressate", specifica Bianciardi al compare grossetano Tullio Mazzoncini nel febbraio 1968) è perfetto; ma un altro altrettanto divertente poteva essere "Scrivere bei libri non è obbligatorio", come invece spiega con uno dei suoi colpi di genio in un'altra lettera allo stesso Mazzoncini, pochi giorni dopo.
In realtà se c'è uno che visse la scrittura come un obbligo fu proprio Bianciardi, maremmano maledetto, testardo e insofferente per il quale Milano era "una giungla merdosa"; i milanesi "coglioni come poca gente al mondo" ("Qui tutti si comprano l'automobile, qualcuno anche il panfilo, e di tutto il resto se ne fregano. Ma non sono contenti: sono sempre incazzati. Insomma, è brutta gente") e il miracolo economico il male assoluto: "Non c'è solidarietà, solo omertà, cricca, mafia, società d'affari".
La vita agra, il suo capolavoro, anno di ambigua grazia 1962, nasce qui.
Più libero, più spontaneo e più arrabbiato rispetto alle lettere ai familiari, il Bianciardi che scrive agli amici - di politica, lavoro culturale, dell'Italia, degli italiani... - lo fa con un'ironia che è solo pari alla disillusione. Crede poco agli uomini (e persino meno alle donne), è pieno di guai (sentimentale e famigliari), lavora "come un negro" per tirare su due soldi per mettere a pari la giornata, litiga con tanti se non con tutti. E non risparmia nessuno.
Giudizi sparsi fra le lettere di Luciano Bianciardi indirizzate, tra gli altri, a Mario Terrosi, Giuseppe Dessì, Marcello Venturoli, Vittorio Sereni, Giuseppe Berto (che rassicura sul finale e sul titolo del suo romanzo Il male oscuro: "Non dia retta a nessuno. Il libro va bene com'è"), Enrico Vaime e Carlo Castellaneta.... "Gli editori folleggiano. Rizzoli vuol sopraffare gli altri... Bompiani soffre di arteriosclerosi e certi giorni dà i numeri. È morto il vecchio Garzanti e il giovane si sta scatenando. Einaudi rompe i coglioni all'universo". Giangiacomo Feltrinelli, il Giaguaro? "Ignorante come un tacco di frate e ricco da fare schifo". I politici? "Sostituiscono sempre le idee ai fatti, poi le parole alle idee e su quelle lavorano, dimentichi del resto. Vanno sterminati, fisicamente... Poi elimineremo anche i sociologi". Gli scrittori italiani? "Stanno diventando scaltrissimi. Dicono poco, ma lo dicono con un'abilità di complicazione formale sbalorditiva". E poi ci sono i colleghi. Oriana Fallaci? "È una peste: attaccabrighe, piantagrane, rompiscatole, sboccata gratuitamente", "alla redazione dell'Europeo cercano di tenerla fissa sull'altra sponda dell'Atlantico perché quando arriva a Milano litiga con tutti. Debbo tuttavia riconoscere che è diventata abbastanza brava..."; Alberto Arbasino: "Un cretino"; Ugo Tognazzi (che recitò nel film La vita agra di Carlo Lizzani): "Autentico gatto da cortile, un'anima persa dietro la fica, attore di formidabile istinto"; Giorgio Bocca lasciamo stare ("Dà i numeri..., ha scritto una serie di articoli feroci contro la stampa pornografica... Forse è una segreta vendetta contro le ramose corna che gli han messo moglie, vicemoglie e ganza"). Per fortuna che ci sono Ezra Pound ("È vecchissimo, ha una faccia molto bella, ma non parla con nessuno", scrive sempre a Mazzoncini da Rapallo nel '68); Carlo Cassola (Bianciardi era convinto, alla faccia del Gruppo 63, che fosse "il miglior scrittore europeo di questo momento"); e poi Giancarlo Fusco, un anarcoide come lui: "è uno degli uomini più geniali che io abbai mai conosciuto. Le cose più belle non le ha mai scritte: le ha raccontate al caffè, e non si sa quanta gente ha attinto da lui, facendo passare per proprie cose che erano sue".
L'ultima lettera scritta da Luciano Bianciardi agli amici (e i nemici...) risale al 1970. Morirà a Milano nel novembre 1971, a 48 anni, di cirrosi epatica. Era depresso e alcolizzato da tempo.
In vita scrisse cose meravigliose e fece in suoi errori. Ma non commise mai il peccato mortale della sua categoria. La presunzione. Sapeva bene - come confidò all'amico Mario Terrosi nell'agosto del 1961 - che "i letterati non sono né migliori né peggiori degli altri".