C'è un rumore che non è un rumore. I tifosi di F1 lo conoscono da sempre. Non viene dal motore ma dalle tribune: è il rumore di una bandiera rossa che sventola da oltre 70 anni anche quando, sotto quella bandiera, non c'è un pilota italiano. Perché abbiamo imparato a tifare la macchina, la Ferrari, e non l'uomo. All'inizio non era una bugia, eravamo sinceri, non eravamo affamati di vittorie ma sazi, tavole imbandite da Nino Farina sull'Alfa Romeo e Alberto Ascari sulla Rossa, piatti conditi di successi e mondiali, grandi abbuffate quando il campionato era giovane e l'Italia sembrava destinata a dominare. Presto qualcosa si è spezzato, il lungo digiuno è iniziato e il tifoso italiano ha imparato a mentire a se stesso. Prima con noncuranza, poi con l'eleganza di chi crede alle proprie dolci bugie e la Ferrari, senza un eroe di casa nostra da poter esaltare con costanza, è diventata il piatto più prelibato. Una fede. Così abbiamo tutti finto che Fangio sulla Rossa fosse italiano, che Lauda sulla Rossa fosse italiano, che lo fossero Arnoux e Tambay, Prost e Schumi, persino il glaciale Räikkönen e Alonso, Vettel e Leclerc. Era l'unico modo per gioire: prima l'inno del pilota, poi quello per la Ferrari; prima il canto dei tedeschi per Schumacher, solo poi Mameli. Ci andava bene così, eravamo abituati a non vincere con i piloti. All'improvviso ecco invece questo ragazzo di 19 anni in pista con la fiducia piena del team come accade solo ai campioni, eccolo mentre guida un'auto in grado di lottare per il titolo e offre ai giovani fan l'occasione di imparare a non tifare più solo la macchina ma prima e di più il pilota italiano. Valentino Rossi ce l'ha insegnato.
I nuovi tifosi possono farcela, sono una generazione vergine che non ha mai visto una Ferrari dominare i campionati con stranieri al volante e, sotto il podio, sanno bene quanto sia più importante ascoltare per primo l'Inno di Mameli. Se poi un giorno le note per l'uomo saranno le stesse dell'auto, sarà il giorno più atteso da tutti.