"Io, Gigio e il codice segreto per parare i rigori"

Intervista a Massimo Battara, preparatore dei portieri della Nazionale: "La scuola italiana resta la migliore, ma i club..."

"Io, Gigio e il codice segreto per parare i rigori"

Ci sono almeno tre generazione di portieri italiani (più o meno dall'inizio degli anni '80 ad oggi) che, al solo sentire il nome «Battara», scattano in piedi e mettono i guanti preparandosi a volare da un palo all'altro. Già, perché la «dinastia Battara» è come un marchio di qualità per la scoperta, preparazione e lancio dei nostri migliori «estremi difensori», molti dei quali approdati in azzurro. Tutto ebbe inizio alla fine degli anni '70, quando Pietro Battara (che oggi ha 86 anni portati con la disinvoltura di un giovanotto) appese le scarpette al chiodo e si trasformò da portiere-icona della Samp (228 presenze in A con il club blucerchiato) in uno dei primi «preparatori dei portieri». Fu una rivoluzione.

Intanto in casa Battara cresceva il primogenito Massimo che cominciò a seguire le orme paterne: prima divenne un bravo portiere, poi un ottimo preparatore dei portieri. Tanto valido che Roberto Mancini, suo amico d'infanzia, lo ha sempre voluto a fianco in tutte le squadre che ha allenato, compresa la nazionale.

Raggiungiamo Massimo, 59 anni, alla vigilia della partita di giovedì con l'Inghilterra: sfida che rievoca i ricordi belli dell'Europeo, vinto contro gli inglesi grazie ai rigori parati da Donnarumma e incorniciati dall'abbraccio indimenticabile fra Mancini e Vialli, il simbolo di una squadra che aveva interiorizzato a pieno la lezione di vita di Roberto e Gianluca.

Massimo, cominciamo da qui: dall'assenza di Vialli. Il primo raduno senza di lui.

«No. Vialli è come se fosse ancora qui (la voce si incrina leggermente ndr). Per tutti noi non se n'è mai andato. Anche se è dura guardare il tappeto verde del biliardo e non poter più giocare a boccette con Gianluca».

Anche lei è un grande amico di Mancini. Com'è nato il vostro rapporto?

«Da ragazzini eravamo entrambi nelle giovanili del Bologna e si viveva nello stesso convitto.

A quei tempi suo padre Pietro aveva ormai smesso di giocare. Diventando l'antesignano della figura del «preparatore dei portieri».

«Un ruolo che non esisteva: fino ad allora il portiere si allenava come gli altri giocatori. Mio padre capì l'importanza di un programma ad hoc. Iniziò nel Bologna, poi per anni nella Samp che gli è sempre rimasta nel cuore».

Che ricordi ha di quegli anni?

«Meravigliosi. Da bambino sul campo, a Bologna palleggiavo con Bulgarelli. E mi incantavo davanti alle parate di Zinetti e Malgioglio».

Prima di diventare preparatore, anche lei si è tolto belle soddisfazioni sui campi di serie B. Poi è passato all'«insegnamento». Com'è cambiato il ruolo del portiere negli ultimi anni?

«Si è dovuto adeguare, nel bene e nel male, ai nuovi regolamenti e alle moderne tattiche di gioco».

Risultato: addio al fascino delle uscite «kamikaze» per paura del rigore; si trascurano le regole fondamentali di piazzamento; nessuno blocca più la palla, solo respinte; movimenti goffi come l'uscita «a croce».

«Quest'ultima è una tecnica di scuola spagnola e tedesca. Non piace neppure a me, ma ignorarla sarebbe sbagliato».

Quale consiglio «caratteriale» darebbe a un portiere?

«Quello di avere, in certe situazioni, anche la forza di reagire alle critiche con un chi se ne frega!».

Ma ci sono «papere» psicologicamente incancellabili?

«No. Errori li commettono tutti, ma un portiere non può permettersi di esserne sopraffatto. Il nostro valore aggiunto risiede proprio nella reattività mentale».

A proposito di «scuole» di portieri, quella italiana è sempre stata all'avanguardia. Oggi com'è la situazione?

«Molto incoraggiante. La nazionale può contare su ragazzi giovani e validi. Le squadre di club dovrebbero puntare maggiormente sui portieri italiani. Chi ha il coraggio di farlo è ampiamente ripagato».

Come fece il Milan di Mihajilovic, lanciando titolare il non ancora 17enne Donnarumma.

«Gigio ha dimostrato una forza di carattere eccezionale. Esordire in un grande club e reggere la pressione non è da tutti».

A proposito di Gigio, lei che in quel fatidico 11 luglio 2021 della finale Inghilterra-Italia era in panchina, ci tolga un dubbio: ma è vero che Donnarumma, quando parò il rigore decisivo, non esultò perché non aveva capito che avevamo vinto l'Europeo?

«Era in piena trance agonistica. Realizzò la grandezza dell'impresa con qualche secondo di ritardo...».

Altra curiosità: è vero che tra lei e Gigio, durante quella mitica serie dei penalty a Wembley, ci fu un «codice segreto» a distanza per indicare il lato giusto dove tuffarsi?

«Sì. Il codice segreto a distanza esiste. Ma è, appunto, segreto. E tale deve rimanere».

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