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Gli yankees ci tirano una pietra di troppo: amarezza curling. Resta il sogno bronzo

Amos e Stefania sconfitti all'ultimo respiro dagli americani. Che prima avevano battuto

Gli yankees ci tirano una pietra di troppo: amarezza curling. Resta il sogno bronzo
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nostro inviato a Cortina

Fino all'ultimo respiro, per una manciata di millimetri e una pietra di troppo: nove a otto. L'oro è svanito in una sera fredda, combattendo fino alla fine, con Stefania che ci crede sempre e Amos che vede il peggio, non per mancanza di fede, ma per realismo. Alla fine hanno vinto loro, gli yankees, con qualche azzardo fortunato, congelando in frigo le stone più importanti.

No, non dite che il curling è piatto o senza emozione. Ti tiene lì fino alla fine, a sperare o a imprecare. In finale ci andranno gli americani, sconfitti la mattina e risorti la sera, con un colpo finale. L'ultima mossa, quella che spiazza e ti sorprende, pensata certo, ma che tiri fuori dal mazzo degli imprevisti e delle possibilità proprio quando serve. È il segreto del curling: tattica, precisione e un pizzico di improvvisazione. Il resto è fatica, fisica e mentale. È attacco e difesa, corridoi invisibili. È pazienza e dissimulazione. È non perdere la testa quando ogni cosa sembra non andare al suo posto.

La sfida è stata lunga e vera. La mattina hanno cominciato loro, con quello slogan scandito con il solito ritmo: un coro che risale a Lake Placid 1980, i giorni del "miracolo sul ghiaccio", quelli della vittoria statunitense sulla nazionale sovietica di hockey. È lì che nasce iuessai, iuessai, scandito senza sosta per dire Usa, Usa! Al Curling Olympic Stadium di Cortina non è il posto più furbo dove esibirsi, soprattutto se si gioca contro l'Italia. Si alzano tutti in piedi e la sola risposta è un "Italia, Italia" da marcia trionfale dell'Aida.

È stato bello combattere e provarci, con lei che dice "questa mi piace" o "perfetta con la mano", e lui "forse è buona" e "aiutami". Il secondo punto nel terzo end è difficile persino da pensare: la stone di Stefania passa in un corridoio minuscolo. È che gli americani sbagliano quasi nulla e sono precisi. Il curling è uno sport dove non si bara. La regola non scritta è che è più bello perdere che imbrogliare. Gli arbitri sono notai o testimoni e, se è punto oppure no, lo chiedono ai giocatori. Quindi niente frustrazione: si va avanti.

Stefania Costantini e Amos Mosaner non saranno grandi amici, come rivela il campione piemontese, ma sul ghiaccio non si vede. Sono sorrisi, consigli, sguardi e segni, e dammi il cinque. Gli anni di Beijing 2022, per dirla alla cinese, sono lontani: l'oro improvviso nei giorni del Covid, l'allegria senza festa, il curling di coppia che si veste d'azzurro e poi il distacco, per chi coppia nella vita appunto non è. Fino al ritorno, con una vittoria mondiale e ora qui, per riprovarci, sapendo che a casa è sempre più difficile. Stefania sembra sempre un passo avanti ad Amos, ma in realtà non è così: perché se lei è tosta e solare, con una testa da un milione di mosse, lui è preciso e sereno e sa come abbassare i battiti cardiaci quando ci si gioca tutto, piazzando la stone al millimetro o con una carambola da spaghetti western.

Di fronte hanno una coppia di amici fin dai tempi dell'università. Cory Thiesse e Korey Dropkin si sono conosciuti al college, a Duluth, in Minnesota, la città di Bob Dylan, della serie Fargo e, per questa storia, soprattutto del curling. Questo sport arrivato in America con gli immigrati scozzesi, ma che risale al Medioevo: il primo riferimento scritto è del 1541, scovato nei registri dell'abbazia di Paisley, in Renfrewshire, dove si racconta la sfida tra un monaco e un parente dell'abate.

Korey è un bostoniano di origine ashkenazita e figlio d'arte.

Non ha paura del pubblico e quando ha provato a mettere sotto Stefania e Mosaner si è girato verso le tribune per sfidarle con la mano all'orecchio, per chiamare allo stesso tempo applausi e fischi.

La finale è loro. Stefania e Amos questa volta si giocheranno il bronzo.

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