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Cara Ilaria Salis, basta con il vittimismo

Questo vittimismo permanente ha stancato. Non si può, ogni volta, evocare la persecuzione quando ci si trova semplicemente di fronte all'applicazione delle norme che valgono per tutti

Cara Ilaria Salis, basta con il vittimismo
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Gentile Direttore Feltri,
che idea si è fatto della polemica sollevata da Ilaria Salis in merito a quanto accaduto all'alba di sabato a Roma? In un primo momento ha parlato di perquisizione, poi si è capito che non vi è stata alcuna ispezione. Eppure si è scatenato un caso politico e mediatico. Possibile che ogni episodio che la riguarda debba trasformarsi in uno scandalo?
La saluto cordialmente.

Andrea Messina

Caro Andrea,
la vicenda che richiami è l'ennesima dimostrazione di come, in Italia, si sia ormai consolidata una curiosa abitudine: trasformare in vittima chi, in realtà, è semplicemente soggetto alle regole come tutti gli altri. Abbiamo visto Ilaria Salis comparire in un'aula di tribunale ungherese in catene e si è levato un coro indignato, come se si trattasse di un trattamento riservato esclusivamente a lei. In verità, si tratta di una prassi applicata ai detenuti in attesa di giudizio in quel contesto. La si può discutere, criticare, ritenere eccessiva, ma non la si può spacciare per una persecuzione personale. Non tutto ciò che non ci piace è automaticamente un sopruso. Oggi assistiamo a un copione analogo. Si parla di «perquisizione», poi si scopre che perquisizione non vi è stata. E tuttavia la polemica resta, perché ciò che conta non è il fatto, ma la narrazione. E la narrazione è sempre la stessa: Salis come vittima. Ora, permettimi una considerazione elementare. In un contesto di allerta elevata per una manifestazione con migliaia di partecipanti, le forze dell'ordine fanno il loro mestiere. E il loro mestiere è prevenire, non rincorrere i problemi quando ormai sono esplosi. Se esiste una segnalazione, se esiste un contesto potenzialmente critico, il controllo è non soltanto legittimo, ma doveroso. Qui non siamo di fronte a un abuso, bensì all'esercizio ordinario delle funzioni di uno Stato che intende garantire la sicurezza collettiva. Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe essere il primo a dare l'esempio, mostrando disponibilità e rispetto per le regole. Non a invocare una sorta di immunità morale, come se il mandato politico fosse uno scudo contro ogni verifica.

Lasciami dire che questo vittimismo permanente ha stancato. Non si può, ogni volta, evocare la persecuzione quando ci si trova semplicemente di fronte all'applicazione delle norme che valgono per tutti. In uno Stato di diritto, la legge è uguale per tutti. Non è uno slogan, è un principio.

E come tale dovrebbe essere accettato, non contestato a corrente alternata. Altrimenti si finisce per mandare un messaggio pericoloso: che le regole valgono sempre, tranne quando riguardano noi stessi.

E questo, credimi, è il vero problema.

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