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Sylvia Plath, il narciso reciso dal narcisista Ted Hughes

Un romanzo biografico ricostruisce gli anni tormentati a Court Green dei due poeti, prima del suicidio di lei

Sylvia Plath, il narciso reciso dal narcisista Ted Hughes
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I daffodils sono il fiore-talismano della poesia inglese. Secondo William Wordsworth sono "Come stelle"; il poeta danzava al loro ritmo, il suo verbo si uniformava a quella fioritura: nei momenti "di beata solitudine", i daffodils il Narcissus jonquilla "appaiono nel mio occhio interiore". Anche Sylvia Plath amava i narcisi: una fotografia la blocca, insieme ai figli, in un campo fitto di fiori, a Court Green, nel Devon. "Mi pare di vivere nell'Eden", scrisse alla madre. Era l'aprile del 1962: Sylvia Plath e Ted Hughes si erano trasferiti in campagna l'estate prima. Londra era troppo cara, Sylvia era in attesa del secondo figlio; North Tawton, il paese dove avevano preso Court Green, contava un migliaio di abitanti. La casa sorgeva su una struttura dell'XI secolo, era sufficientemente grande e sufficientemente rude: chiedeva lavori. Un frutteto conferiva al tutto un'atmosfera tra il preistorico e il celestiale. In una poesia che s'intitola, appunto, Daffodils, Ted Hughes ricorda che raccoglieva i narcisi con Sylvia per venderli. "Li vendevamo, destinati ad avvizzire".

La felicità coniugale durò quanto i fiori recisi. Nel maggio del '62 i coniugi Hughes ospitano a Court Green il poeta canadese David Wevill e la moglie, Assia; un modo per sdebitarsi, visto che la coppia ha subaffittato il loro appartamento londinese. Sylvia è affascinata dall'aura di Assia. Hughes, poeta sciamanico che praticava con estro l'astrologia, riconosceva i "segni" ed era un formidabile cacciatore, ne fu stordito. Dalla settimana seguente cominciò, insistentemente, istintivamente, a cercare Assia i due si videro in giugno; Sylvia scoprì il tradimento del marito il mese dopo; in settembre Sylvia e Ted concordano sulla separazione. Court Green, l'edenica alcova, venne smobilitata; Sylvia tornò a Londra. L'esito è tragicamente noto: il pane e il latte di fianco al letto dei figli; le camere sigillate con cura; la cucina; il forno; il gas che dilata i tentacoli. È l'11 febbraio del 1963, Sylvia Plath muore o meglio, ascende sul trono di una oscena santità.

Intorno ai mesi vissuti da Ted Hughes e da Sylvia Plath nel Devon, Helen Bain ha scritto un romanzo biografico, The Daffodil Days (Bloomsbury, pagg. 288, sterline 18.99) che racconta l'anno cruciale della coppia più celebre della letteratura del XX secolo. Il libro è magnificato da tutta la stampa inglese. Non amo la necrofilia in forma di romanzo e alla "ricerca sul campo" preferisco la furia dell'immaginazione. Sul punto, ha scritto tutto Ted Hughes, in una poesia di sgargiante ferocia, The dogs are eating your mother: "... una razza/ di iene è arrivata fremente fiutando il vento./ L'hanno dissotterrata. Ora si ingrassano/ con la cornucopia/ del suo corpo". Eppure, il romanzo ha lo stigma dell'autorialità. L'autrice, infatti, racconta la coppia tramite le voci di uno stuolo di estranei: il medico del paese, un agricoltore, una commessa, gli amici. Il romanzo, poi, si snoda cronologicamente a contrario, dal dicembre del '62, quando Sylvia fa stanza a Londra e Ted festeggia il Natale dai genitori, nello Yorkshire, al luglio del '61: la coppia è in viaggio, per due settimane, in Francia, prima di trasferirsi in campagna. La scrittura è sagace, a tratti sfrontata il rischio è una certa monotonia; la monosillabica ossessione coniugale lo rende un romanzo speciale per chi ama la Plath, un poco estraneo quando non etereo per il lettore comune.

Il libro farà levitare le vendite dei già vendutissimi libri di Sylvia Plath, poetessa eletta a Ishtar della poesia universale. Non riuscirà a elevare dal pantano della maldicenza Ted Hughes, poeta straordinario ben più potente della moglie, ma non si può dire , tra i più influenti del secolo scorso, che in Italia possiamo leggere soltanto nel mirabile "Meridiano" Mondadori uscito nel 2008. Un menhir di marmo per mettere a tacere il poeta, per chiuderlo in un sepolcro.

Per chi ama i pettegolezzi, Court Green fu davvero una maledizione per la coppia. Ted Hughes preferì seppellire Sylvia a Heptonstall, poco lontano da dov'era nato.

Court Green, scrive, è il luogo "della più grande felicità e della più atroce sofferenza di Sylvia, anzi, è il luogo del mio delitto contro di lei, contro me stesso e contro tutto ciò che è umano". Sulla lapide, "Sylvia Plath Hughes", a caratteri cubitali. In tanti, a colpi di coltello, hanno cercato di sbriciolare il cognome di Ted.

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