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"Sono Pasolini, Moro e Tortora per ricordare l’abisso italiano"

L’attore, a teatro, è lo scrittore e lo statista Fabrizio Gifuni: "Più vicini di quanto pare"

"Sono Pasolini, Moro e Tortora per ricordare l’abisso italiano"

Nella sua carriera di attore, regista e autore ha dato il volto a una miriade di italiani che hanno cambiato la storia del Paese, tra gli altri Franco Basaglia, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Luigi Comencini e da ultimo Enzo Tortora nella serie Portobello, ora in onda su HBOMax. Ha collaborato con Marco Bellocchio, Gianni Amelio, Marco Tullio Giordana e Paolo Virzì e si è portato a casa due David di Donatello, cinque Nastri d'Argento, due Maschere d'oro e un Premio Ubu. Da oggi al 10 maggio Fabrizio Gifuni porta a Bologna e Modena un progetto inedito che ha concepito per Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale e Fondazione Cineteca di Bologna Attraversando quei corpi: Moro e Pasolini, i fantasmi della nostra Storia. Un percorso tra teatro, cinema e riflessione pubblica due spettacoli, dodici film, otto incontri con storici, registi e testimoni dell'epoca che mette in scena i corpi insepolti di Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro come «faglie sismiche della memoria italiana».

Come nasce l'idea di accostare il corpo di Aldo Moro a quello di Pier Paolo Pasolini?

«Il progetto nasce intorno a due spettacoli che mi accompagnano da diversi anni. Il primo, Con il vostro irridente silenzio, nasce nel 2018, in occasione dei quarant'anni dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro: una lettura pubblica delle carte di Moro, che sono un corpo voluminoso. Ero sorpreso da come queste carte tutto ciò che Aldo Moro scrive nei 55 giorni di prigionia, quindi in qualche modo il suo testamento, le centinaia di lettere ritrovate solo qualche tempo dopo, e il testo incredibile che va sotto il nome di Memoriale fossero precipitate in un pozzo nero della memoria. Nessun cittadino, qualche storico e qualche giornalista d'inchiesta a parte, sapeva cosa fossero: magari nell'orecchio qualche brandello, qualche scheggia di Memoriale, qualcuna citata nel film di Sorrentino, ma la stragrande maggioranza lo ignorava. L'altro spettacolo, Il male dei ricci, è una sorta di sintesi dei lavori che ho fatto in teatro su Pasolini negli ultimi vent'anni, da 'Na specie de cadavere lunghissimo a tutti gli altri: un nuovo spettacolo che mette insieme tutti questi studi».

Che cosa hanno in comune questi due corpi, volti, memorie?

«Da diversi anni mi ritorna l'immagine di questi due corpi - rimasti quasi nella stessa posizione perché non hanno avuto degna sepoltura, spettri che tornano a disturbarci con la loro presenza - che tracciano una sorta di linea di confine immaginaria tra due Italie. Una che nasce nel secondo dopoguerra, con la fine del flagello fascista, e per passaggi successivi arriva a lambirli. E una seconda Italia che, scavalcati quei corpi su cui pure continua a inciampare, nel dibattito pubblico soprattutto entra negli anni Ottanta e arriva fino al nostro presente. Questa linea, col passare degli anni, somiglia sempre di più a una faglia sismica richiamatami forse dal terremoto in Irpinia o dalla strage di Bologna. È come se in questa faglia metaforica fosse sprofondata la nostra capacità di ricordare. Le cose accadute nel nostro passato sono diventate faticose, pesanti, divisive e se le si nomina si finisce per litigare. Non si può parlare più di nulla ed è meglio vivere in un meraviglioso eterno presente in cui si può dire e fare tutto e il contrario di tutto, perché tanto, se non c'è memoria».

Eppure Moro e Pasolini sembrano figure lontanissime.

«Apparentemente. Forse più distanti per formazione, cultura, visione politica non avrebbero potuto essere: uno poeta e intellettuale, l'altro un grande statista. Eppure, studiando, mi sono accorto che un'infinità di fili, invisibili, li tenevano insieme. Due vite stroncate all'improvviso per mano violenta, in circostanze non del tutto chiarite né l'una né l'altra, piene di ombre. E altri elementi che travalicano questa fine: una sorta di disperato isolamento in cui tutti e due hanno vissuto negli ultimi anni della loro vita. Entrambi non riuscivano più a farsi capire dalle persone che gli erano vicine: Pasolini, dai pochi amici che frequentava, Moravia, Calvino, si vedeva rinfacciare la sua visione pessimistica, come se tutta la storia fosse finita. E Moro egualmente non riusciva a farsi capire dai suoi compagni di partito. E non mi riferisco solo al compromesso storico, ma al modo in cui guardava alla politica. Una coincidenza: Pasolini rilascia, prima di morire, l'intervista a Furio Colombo, pubblicata postuma, che chiede di intitolare Siamo tutti in pericolo. Tina Anselmi racconta che la sera prima del rapimento Moro le fa recapitare un biglietto in cui scrive: Signorina, questi non si rendono conto che siamo tutti sull'orlo di un abisso. Quasi le stesse parole di Pasolini. E poi la visione cristologica che tutti e due hanno: uno da credente cattolico praticante, l'altro da marxista laico intriso di una religiosità antica, contadina».

C'è poi una foto in cui sono insieme, che lei ha usato per il progetto.

«Moro e Pasolini si incontrarono pochissime volte e in un paio di occasioni nella stessa grande sala della Mostra del Cinema di Venezia, tutti e due nella fila centrale, eleganti, uno accanto all'altro. Pasolini guarda il fotografo, Moro si perde in qualche pensiero. Mi colpisce quella foto perché mi chiedo che cosa si stessero dicendo prima che si spegnessero le luci. I due si seguivano a distanza e si leggevano molto, ne ho avuto certezza incrociando i testi: Pasolini scrive spesso di Moro, e Moro cita, pur non dicendolo, alcune cose di Pasolini».

Moro, Pasolini, Tortora: con il suo corpo di attore lei evoca questi corpi italiani. Come ci riesce?

«Il mio non è mai un lavoro immediatamente orientato sulla mimesi, anche se ci sono risultati mimetici sorprendenti: è sempre un lavoro interiore. Con Tortora anche la sua storia attraversa la faglia sismica di cui parlavo - partivo da una distanza importante tra il mio e il suo corpo. Ho lavorato sullo sguardo, sugli occhi, che dopo lo shock del 17 giugno 1983 si spalancano progressivamente, come per lo spavento.

La lingua di Pasolini e di Moro è ricchissima, ma se devo scegliere parole chiave attraverso le quali ho evocato i loro corpi direi, per Pasolini: disperata vitalità, un ossimoro perché lui lavorava sui contrari per descrivere se stesso - Non sono né santo né diavolo, né luce né buio. Mentre per Moro: un'angosciosa pazienza. Negli ultimi 55 giorni gli argini della pazienza si rompono e Moro, sentendosi tradito, si scatena, dicendo cose che nessuno si sarebbe sognato di ascoltare dalla sua bocca».

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