Di tutti i silenzi il più assordante è quello che si fa sentire. Lo hanno avvertito gli psicologi dell'emergenza a Crans-Montana quando i feriti sono stati tutti soccorsi e le fiamme spente, "un silenzio forte che si crea quando non si riesce a parlare o non c'è bisogno delle parole" ha ricordato Ivan Giacomel, coordinatore del gruppo Psicologia dell'emergenza "Guerra e Crisi umanitarie" dell'Ordine degli Psicologi lombardo.
Ieri quel silenzio è stato corale all'Istituto Virgilio. Lo hanno rispettato i 1.800 studenti della scuola e i loro professori anche al di fuori del minuto chiesto in segno di cordoglio dal ministro Valditara in ogni scuola d'Italia.
"Preghiamo che tornino a sentire l'inverno con noi" ha bisbigliato Stella dal bar in piazza Ascoli con i quadernoni aperti sul tavolo assieme al cappuccino fumante. È la prima ora. Lei non conosce personalmente Sofia, Francesca, Leonardo e Kean, i sedicenni ricoverati al Niguarda che frequentano la 3D a indirizzo economico sociale di Scienze Umane nella sede di via Pisacane. Qui i quattro banchi sono rimasti vuoti e ieri si sono presentati gli psicologi dell'emergenza. "Abbiamo destrutturato la classe disponendo i ragazzi a cerchio - ha raccontato Giacomel - La decisione di coinvolgerci arriva dalla scuola, abbiamo chiesto di iniziare da soli con gli studenti. Incontreremo stasera i professori della classe e, man mano, gli altri docenti e il personale scolastico". Fra i liceali c'erano anche i due amici scampati alla tragedia per non aver aderito all'invito di Francesca. In un primo momento sarebbero dovuti essere in sei a trascorrere la vacanza in montagna, ma come spesso accade, i destini si sono separati all'ultimo.
"Quando si torna alla vita normale è ancora più difficile accettare le differenze perchè ci si aspetta che tutto scorra uguale. Invece c'è l'inatteso. Abbiamo cercato di far parlare i ragazzi, li abbiamo invitati a dare forma ai loro pensieri e siamo stati in ascolto. È un primo modo di elaborare l'accaduto". Gli psicologi si sono presentati spiegando anche la differenza che caratterizza il professionista dell'emergenza, dal clinico. "È una branca per certi aspetti recente, dopo la seconda Guerra si è osservato che i sintomi dei veterani non si risolvevano con la psicoanalisi. Il trauma divide la vita in due parti, c'è un prima e c'è un dopo. Abbiamo spiegato il ruolo dei pensieri, delle emozioni e dell'insonnia. Il messaggio è stato: non si diventa pazzi se si prova agitazione, insonnia, se si è attraversati da pensieri continui o se si provano paura, rabbia, vergogna o senso di colpa. C'è il modo per affrontare anche la sfera dell'irrazionalità".
I traumi si sciolgono con varie tecniche, dall'ipnosi all'EMDR (con i movimenti degli occhi) alla DBR (Deep Brain Reorienting), "ci si addentra nella fisiologia del trauma riportando la persona al momento dell'accaduto solo con una parte della mente, l'altra è in sicurezza. Il paziente sa che non c'è più pericolo e non fugge più dal dolore, piano piano non ne soffre più". E poi? "Abbiamo invitato gli studenti a osservare i pensieri trasmettendo l'idea che non siamo ciò che pensiamo".
E ai professori che chiedono cosa possono dire? "La salvezza non è nelle parole, sicuramente ce ne sono alcune migliori di altre ma quello che conta è esserci. L'amore non è influenzato da una parola sbagliata nel momento meno opportuno ma dalla solidità di chi ci sta accanto, dalla presenza".