Però Veltroni si dimentica di «Piazza Vittorio»

Però Veltroni si dimentica di «Piazza Vittorio»

Abito da dieci anni a due passi da Piazza Vittorio (Emanuele), mitico o famigerato - dipende dei punti di vista - quartiere multietnico stretto tra la Stazione Termini e Via Merulana. Vi arrivai, come tanti, perché le case erano grandi e costavano poco, causa imponente immigrazione da Africa, India e Europa dell'Est. Oggi sembra Chinatown: nel senso che i cinesi, con la complicità di qualche banca e nella distrazione di molte istituzioni, si sono comprati tutto, deformando il panorama socio/antropologico del quartiere che fu umbertino e impiegatizio, poi popolare ai tempi di Ladri di biciclette, infine punto d'approdo delle più svariate masse migranti.
Benché spesso ci si senta «minoranza etnica», nel tempo ho visto registi come Matteo Garrone, Enzo Monteleone, Mario Martone trasferirsi da queste parti, attratti dai sapori speziati, anti-borghese e caciaroni. Anche Gabriele Salvatores, sensibile al «sud del mondo», voleva abitare qui. «Beato te che vivi nella Roma multiculturale del domani», mi disse un giorno. Poi, però, ha preferito restare a via Margutta.
Naturalmente mi sono precipitato a vedere L'Orchestra di Piazza Vittorio che esce venerdì in tutt'Italia. Da queste parti l'orchestra in questione è diventata una sorta di istituzione culturale alternativa: pienoni ad ogni concerto, una rassegna stampa alta così, l'idea che il dialogo multietnico, nel fuoco della diffidenza reciproca, passi attraverso la musica. Il film-documentario di Agostino Ferrente è spiritoso, a tratti toccante, perché in una chiave alla Buena Vista Social Club, rievoca l'avventurosa nascita di un ensemble squisitamente multirazziale sul quale all'inizio nessuno puntava. Oggi l'orchestra si esibisce in tutt'Italia (250 concerti fino ad ora) e dà lavoro a una ventina di persone, sedici delle quali musicisti. Vengono dal Brasile, da Cuba, dal Senegal, dalla Tunisia, dall'Ecuador, ma anche dagli Usa e dall'Ungheria (neanche un cinese, però). Tra i cinque italiani c'è Mario Tronco, il pianista degli Avion Travel, animatore e direttore artistico della banda. Impresa virtuosa, dunque: capace di tirar fuori 350 mila euro all'anno per stipendi e contributi nonché dotata di una propria etichetta discografica.
Tutto nacque il 14 ottobre 2002, quando un gruppetto di cittadini e artisti si mobilitò per strappare al Bingo uno storico cinema-teatro, l'Apollo, decaduto a sala porno. Pensavano di farne un centro di aggregazione culturale, magari una sede stabile per concerti; quattro anni dopo, l'Apollo, benché acquistato dal Comune, aspetta ancora di essere ristrutturato (forse finirà tra gli spazi gestiti da Serena Dandini per il complesso Ambra Jovinelli). In compenso l'Orchestra c'è. Solo che il pur musicofilo Veltroni non sembra scaldarsi più di tanto. «All'inizio siamo stati visti come dei rompiscatole, la mano pubblica era diffidente. Certo, il sindaco non è mai venuto a sentirci, bisognerebbe chiedere a lui perché», scandisce Ferrente. Che se da un lato critica la legge Bossi-Fini per gli ostacoli burocratici che frappone anche in materia di permessi ai musicisti, dall'altro rimprovera alla sinistra, sull'immigrazione, un atteggiamento «assistenzialista, paternalistico, buonista». «Siamo un laboratorio dove nessuno comanda, ma anche un'impresa che deve marciare».
Giusto. Il rischio dov'è, allora? Nel trasformare la benemerita orchestra in un modello di irenica integrazione estendibile sul piano sociale. Magari fosse. Nella musica è facile intrecciare percorsi diversi, far convivere il cattolico col musulmano, l'induista con l'ebreo: la creatività fa da collante, la rimodulazione artistica di canti africani o nenie indiane permette fusioni col jazz, trascinanti riletture del nostro «Caravan Petrol». Ingenuo è invece pensare che da quell'esperienza, così umanamente proficua, possa discendere un'indicazione politica, un antidoto a paure e pregiudizi, il ripudio di certezze ideologiche.

Del resto, uno dei componenti dell'orchestra, il trombettista Omar Lopez Valle, scappò dall'Avana nel 1992: «A Cuba con la politica di Castro non ci si può dire uomini liberi», accusa. La sua «colpa»? Aver scritto una canzone d'amore che recita: «Vagabundo soy/Que voy por el mundo». Se lo sente Diliberto...

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