La vera storia della battaglia di Legnano. Senza Alberto da Giussano

Un saggio di Paolo Grillo racconta tutti i segreti
della grande vittoria dei comuni sul Barbarossa

Matteo Sacchi
Legnano 29 maggio 1176, nove del mattino. In una spianata, incassata tra due fossati, che impediscono qualsiasi forma di aggiramento, le fanterie della Lega lombarda aspettano la carica dei temibili milites a cavallo dell'Imperatore Federico I, detto il Barbarossa. I lombardi, in maggioranza milanesi, sono quasi dodicimila. Gli imperiali sono molti meno, attorno ai tremila (con un centinaio di alleati comaschi), ma sono la cavalleria pesante più temuta d'Europa.
Come finirà la battaglia, dopo svariate ore di cariche e un prodigioso contrattacco dei fanti milanesi, è cosa nota. Il trionfo definitivo dei comuni, l'Imperatore abbattuto sul campo e costretto ad una fuga ignominiosa e, sul lungo periodo, ad abbandonare l'idea di un dominio forte sull'Italia del Nord. Eppure quello di Legnano resta uno degli episodi bellicci più oscuri del Medioevo. I dettagli dello scontro, pur citatissimo e oggetto delle più diverse mitizzazioni, sono, infatti, rimasti sempre molto oscuri. A fare un po' di chiarezza ci prova ora Paolo Grillo con il suo Legnano 1176. Una battaglia per la libertà (Laterza, pagg. 240, euro 18). Grillo che insegna Storia medievale e storia delle istituzioni militari presso l'Università degli studi di Milano, ha pazientemente ricostruito tutta la vicenda del fatto d'arme, inquadrandola in quella che è stato un confronto pluridecennale di cui Legnano è solo l'epilogo.
Leggendo il suo saggio ci si libera dell'immagine del Carroccio assediato da torme di cavalieri (come nel celeberrimo dipinto di Amos Cassioli) e di personaggi inesistenti come Alberto da Giussano (se lo inventò Galvano Fiamma un cronista trecentesco, che voleva che i lombardi avessero un eroe riconoscibile da contrapporre a Federico).
La battaglia vera però, con il Carroccio ben riparato dietro la linea dei fanti, e i cavalieri milianesi smontati a terra per rafforzare le linee di semplici cittadini non è meno epica. Il coraggio e la compattezza di bottegai, mercanti, notai e popolani fermò a colpi di lancia nobili e mercenari che avevano passato l'intera vita ad addestrarsi alla guerra. Un ceto guerriero convintissimo che «mille fanti non valgono cento cavalieri». E poi Grillo ha il merito di raccontare molto bene come Legnano fu l'epilogo di una complessa strategia e che fu questa a rendere definitiva la rotta del Barbarossa. La forza dei comuni è stata quella di fiaccare l'Hohenstaufen sul lungo periodo, di costringerlo a dissanguarsi economicamente, di portarlo a mosse sempre più avventate. La Lega vinse resistendo ad Alessandria a mesi d'assedio e costringendo gli imperiali ad infinite schermaglie. La furia teutonica dispersa verso il Ticino era ormai solo quello: furia di chi ha già perso, la furia di chi è proiettato in un mondo nuovo e non vuol capire.

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