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Il vero liberalismo evita di "educare il popolo"

Corrado Ocone ripercorre le traiettorie ideali dei maggiori pensatori del nostro Paese

Il vero liberalismo evita di "educare il popolo"
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Nel risvolto di copertina della sua recente raccolta di saggi, Politica e cultura. Percorsi di pensiero nell'Italia del Novecento (Ed. Società Aperta), Corrado Ocone scrive: "Riannodare il filo che lega la politica alla cultura è il problema che si ripropone nell'Italia di oggi. Forse le vecchie culture politiche novecentesche non sono più spendibili nel nostro tempo. Studiarle, conoscerle, comprenderle, può servire forse a riattivarne lo spirito". Vaste programme!,avrebbe commentato le Général buonanima. E non a torto, se si pensa alla mole di scritti che continuano a uscire sui temi e gli autori trattati da Ocone, segno di letture che continuano a dividere gli studiosi: temi come il fascismo e l'antifascismo, il liberalismo einaudiano e il socialismo riformista, l'azionismo e il comunismo gramsciano, la Resistenza e la Repubblica Sociale sono legna che non finirà mai di alimentare il fuoco delle passioni politiche.

ù Paradossalmente alla malattia morale che per più di vent'anni afflisse l'Italia, dal 1922 al 1945, sono stati dedicati più saggi che alla nostra età dei Lumi e al Risorgimento. Sui protagonisti della vita intellettuale e politica del primo dopoguerra ricordati nel bel libro di Ocone Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Guido De Ruggiero, Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Nicola Chiaromonte, Norberto Bobbio si sono versati fiumi di inchiostro e, a mio avviso, se ne continueranno a versare altrettanti finché nel nostro paese -e nelle nostre menti - non si sarà radicata l'idea espressa da Benedetto Croce nelle Pagine sulla guerra che pensare a riformare spiritualmente un popolo è quanto di più illiberale si possa immaginare. "La buona regola",infatti, "vuole che si prenda un popolo per quel che è, come una realtà che, in quanto tale, è anche razionalità, come un organismo che ha la propria legge ed armonia; e si rivolga la mente non alla fantastica riforma generale, che dovrebbe dare tutto in una volta non so quale stato di felicità e di grandezza, ma alle molteplici riforme particolari, che sono poi i singoli atti di vita che ciascun singolo individuo deve compiere, e che tutti insieme riformano un popolo, ossia fanno che esso operi e operando cresca". Non a caso, tutte le icone nazionali, magistralmente rievocate da Ocone, si tratti di liberali scettici e pensosi come Nicola Chiaromonte o di convinti liberalsocialisti come Norberto Bobbio, si sono sentite in esilio nel secondo dopoguerra, essendo svanite le grandi speranze suscitate dalla lotta antifascista. Si può dire, anzi, che la loro delusione fosse uguale e contraria a quella dei vinti del regime. Quando Ocone scrive, nel meditato capitolo su Gentile, che in lui "il fascismo andò delineandosi come quel movimento storico e quella dottrina filosofico-politica che si sarebbero fatti carico dell'immane compito che il Risorgimento lasciava aperto: l'educazione civile e morale degli italiani. Un'educazione che doveva essere totale e cioè impegnare il sentimento e la volontà non meno che il pensiero", è difficile, per chi abbia meditato le pagine di Augusto Del Noce, non avvertire un'aria di famiglia, non pensare all'altra famiglia, quella fascista, che pure avrebbe voluto bonificare il Paese dagli abiti servili, ingenerati in secoli di dominazione straniera, di influenze clericali, di tribalismo provinciale.

Per Ocone, la libertà liberale "va intesa prima di tutto come un'energia e un accadimento, come vita, cioè proprio come la pensava Gobetti" e, in fondo, non diversamente da Einaudi, che vedeva nel liberalismo "l'anarchia degli spiriti sotto l'imperio della legge" e, più di Croce, faceva suo il motto di Goethe: "Viva chi vita crea!".

Forse sta qui il legame profondo tra le varie e opposte famiglie ideologiche italiane. In realtà, la storia insegna che la vita nuova, che erompe dalla società civile, non sempre è motivo di esultanza (nella neofilia può esserci un virus nichilistico che inaridisce il terreno storico su cui sorgono le civiltà) e non sempre ciò che si vuol conservare è di ostacolo al progresso.

Scrivendo di Bobbio, Ocone osserva che al "dispositivo teorico elaborato da Hannah Arendt e fatto proprio dai cosiddetti liberali della guerra fredda o dai liberali tout court" Bobbio "sostanzialmente non aderì". In lui, nonostante ogni ripensamento, la passione dell'eguaglianza prevaleva sull'amore della libertà e quanti pensavano al mondo nuovo non gli erano indifferenti.

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