Cara Valentina Salerno, mi permetta innanzitutto di apprezzare il fatto che si sia sentita in obbligo di replicare ai miei articoli apparsi su questo quotidiano, nei quali, contestando l'attribuzione a Michelangelo del busto in Sant'Agnese fuori le mura, motivavo le ragioni dei miei dubbi. Come immagino sappia, non sono stato io l'unico a contestare, anche se in troppo pochi lo hanno fatto. Non so se intenda il termine "metodo" come sinonimo di approccio, nel qual caso qualunque libertà a riguardo le sarebbe permessa. Se invece lo intende così come la scienza, sua storica, ancora oggi massima sostenitrice, lo concepisce, dovremmo convenire che esso debba conformarsi a criteri non di libera soggettività, come in una sorta di pirandelliano "così è se mi pare", ma, al contrario, della massima obiettività possibile ("cosi è se può parere quanto più a tutti"), in modo da portare qualunque persona diversa da lei a verificare l'attendibilità di quanto sostiene per arrivare a conclusioni pressoché analoghe alle sue. Altrimenti si rischierebbe di cadere nella cosiddetta metodologia "immaginativa", come la definiva Karl Popper, uno che a circoscrivere le coordinate dell'approccio scientifico ci teneva molto. Se lo scopo del metodo è quindi di un certo tipo, è evidente che fra di essi vince quello che garantisce più attendibilità universalmente verificabile. Fosse il suo (metodo) migliore di quello a cui, come me, fanno riferimento migliaia in tutto il mondo fra gli studiosi ritenuti più qualificati, stia certa che avrà fatto una scoperta ancora più importante di quanto non possa mai derivare dall'attribuzione a Michelangelo di un busto scultoreo o di una ventina di disegni, cosa che le auspico vivamente. Se invece quel suo "il sapere non può essere appannaggio di una casta" dovesse sottintendere che il "metodo Salerno" rientra nell'ambito degli ormai sempre più diffusi, demagogici, populistici tentativi di scredito della competenza professionale sviluppatasi secondo i criteri valutati come i più qualificati, mi consideri su un fronte opposto. Lo so, la voglia personale di scatenare qualcosa per la quale la "biografia di Michelangelo Buonarroti che ci è stata tramandata fino ad oggi cambia per sempre" (qualche aspetto del quindicennio finale della sua vita non le basterebbe?), "portando l'Italia alla ribalta a livello mondiale con un messaggio di arte, studio e bellezza" (sicura che stessimo aspettando lei perché ciò capitasse?), in virtù del quale viene "invitata al tavolo con i maggiori esperti del mondo" (quali, di grazia?) in una "vicenda degna di una favola" che la sta facendo sentire una novella "Cenerentola", è maledettamente gratificante a livello interiore, tanto più quando si ha la pretesa che gli altri la condividano.
Ma veniamo al sodo. Mi dice che lei si è occupata di documenti d'archivio, sicuramente con molto impegno e, sono certo, anche con risultati per nulla trascurabili, verrà il momento in cui verranno esibiti - piuttosto, gli inediti sono solo tre? E da questi tre si è stati in grado di ricavare tutta quella "riscrittura" della storia che è stata annunciata nei giorni scorsi? - in maniera più ampia di quanto finora non sia successo. Lo avrà fatto con la necessaria cognizione di causa proveniente da quanto a riguardo prevede la filologia del settore, d'accordo sul fatto che i documenti d'epoca non sono fonti che parlano la nostra stessa lingua, necessitano di apposita interpretazione secondo una serie sconfinata di fattori, ora più costanti, diciamo così, ora contingenti, che vanno sempre presi in debita considerazione se non si vogliono prendere fischi per fiaschi. Lo avrà fatto per davvero? Il dubbio mi viene nel leggere questa sua opinione: "d'altra parte è noto che un documento è tanto più attendibile quanto più è temporalmente vicino all'autore dell'opera e proveniente da un archivio pubblico". Ma da dove verrebbe mai fuori questa regola? Chi ha pratica con i documenti d'epoca, specie quelli finiti in archivio pubblico (ma crede forse che quelli negli archivi privati siano a priori meno attendibili? Moltissimi dei documenti oggi di pubblica titolarità erano in passato privati), sa che non è così. Per la storia dell'arte di una certa epoca, compreso il Rinascimento che non è, beninteso, il periodo di cui deve essersi occupata lei, dato che il Michelangelo dell'ultimo quindicennio di vita appartiene di diritto al Manierismo di cui è stato un antesignano imprescindibile, gli inventari, gli elenchi, cioè, dei beni materiali detenuti nell'ambito di una certa proprietà, sono fra i documenti d'epoca con cui ci si imbatte più frequentemente. Non deve immaginare quanti errori riportano quei documenti, il più delle volte dimostrabili, specialmente quando trattano di opere d'arte! Uno per tutti: riferire un'opera a un determinato autore ("di Raffaello") per dire invece "nello stile che a me o a chi mi suggerisce di scrivere in tal modo sembra essere quello di". Siccome la maggior parte di chi stilava inventari o chi suggeriva di scrivere in un certo modo sapeva poco o nulla di arte, quelle attribuzioni vanno interpretate come convenzionali, salvo giustificarle con un'opera realmente corrispondente a quanto affermato (è quello che si dovrebbe fare anche con i documenti da lei individuati, è lì, come ho cercato di esporre a proposito del busto in Sant'Agnese, che i conti non tornano, l'opera è anche essa un documento che se si è capaci di interrogare è in grado di confermare o smentire quelli verbali). Sempre che poi non vi fossero altre ragioni a motivare queste pseudo-attribuzioni, per esempio l'intenzione, visto che spesso gli inventari stimavano il valore di quanto consideravano, di accrescere la quotazione degli oggetti o almeno di alcuni di essi. Mi dice che la prima attribuzione a Michelangelo del busto in Sant'Agnese risalirebbe al 1776? È molto tardi, non è notizia "fresca". Per quell'anno, l'idea critica che ci si poteva fare dell'arte di Michelangelo, uscendo dalle opere canoniche per le quali la paternità era risaputa, vagava non poco nell'indefinito. La leggenda su di lui, invece, era molto solida, la si poteva alimentare con la stessa disinvoltura con cui molti fedeli riconoscevano le reliquie di un santo in certi residuati d'epoca non altrimenti identificati. Bastava che uno, meglio se autorevole, lo sostenesse e credere che il non dimostrato fosse vero diventava una tradizione di fede. Quanto pensa che possa essere attendibile il resoconto di una visita apostolica effettuata a Sant'Agnese, Anno Domini 1824, quando vi si riferisce che l'autore del busto è Michelangelo? Chi l'ha redatto non era certo più attrezzato di chi stilava gli inventari di cui sopra. Ciò che quel verbale accerta è soltanto l'esistenza di una diceria allora in auge, deve essere altro a certificare la veridicità dell'informazione, e questo altro non è di sicuro il busto.
Insomma, ci si continua a muovere lungo i margini malfidati della leggenda. Con le leggende dell'arte dovrebbe pensarci la storia, quella che magari lei considera di "casta", a fare giustizia di tante millanterie che una certa tradizione ha fatto sopravvivere anche in buona fede, sarebbe ancora uno dei suoi compiti principali. Sa cosa colpisce di quella data 1776 a uno come me? Che fra di essa e il Salvatore di Emil Wolff - aggiungiamo ora alla lista delle riproduzioni, anzi, delle "opere minori", come le chiama, vedremo se davvero si dimostreranno tali nel dipanare una matassa al momento ancora ingarbugliata, il busto all'Accademia Tadini - intercorrono meno di cinquanta anni, quando Michelangelo era nel frattempo morto da oltre due secoli. Fra il 1776 e il Wolff del 1823 c'è molta più vicinanza stilistico-espressiva, e forse anche di atmosfera culturale, di quanto non ve ne sia fra tutta la scultura di Michelangelo e il modesto - insisto, gli esperti si accorgono subito di questi aspetti, troppo scadente per essere di un maestro tanto eccelso - busto in Sant'Agnese, per quanto al momento non ricordo altri casi in cui la resa della capigliatura "serpentiforme", ovvero alla greca antica, abbia preceduto l'Ottocento (bisognerà cercare bene in proposito, magari da parte di qualcuno dotato di più lena di quanto ora non me ne ritrovi). Nel 1779 il tedesco romanizzato Anton Raphael Mengs, pioniere del Neoclassicismo, rivelò prima di morire che il Giove bacia Ganimede inserito da Winckelmann nella Storia della arti del disegno presso gli antichi (1764), comprendente peraltro altre opere non autentiche, a testimonianza di un mercato antiquario che approfittava dell'ancora basso livello generale di competenza, lo aveva in realtà dipinto lui un ventennio prima.
Se si sbagliava Winckelmann, considerato il maggiore erudito del suo tempo in fatto di arte antica, figuriamoci come lo si poteva fare con Michelangelo quando di lui si sapeva ormai giusto lo scontato.I miei più sentiti auguri (ora sono solito salutare in questo modo).