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Prima di arrendersi bisogna credere che anche la pietra si possa sciogliere

Uno scrittore fallito incontra una bambina speciale: così nascono nuove fiabe

Prima di arrendersi bisogna credere che anche la pietra si possa sciogliere

Un uomo nella piena maturità, uno scrittore che sembra aver smarrito la bussola della propria vocazione, si muove come un'ombra tra le pieghe dello Sprofondo. È questo il nome metaforico, con cui nel racconto viene battezzato un quartiere della Roma contemporanea: un lembo di periferia anonima.

Nonostante un passato scandito da premi letterari e riconoscimenti che oggi appaiono come cimeli di un'altra vita, l'uomo pare aver esaurito le parole pubbliche. La sua interlocutrice è ora una bambina, Lina, la figlia della sua attuale compagna. La piccola porta con sé il segno di una mutazione genetica, quel cromosoma in più che ne condiziona l'esistenza e che l'uomo accoglie non come un limite, ma come una differente grammatica vitale. Per lei, e solo per lei, lo scrittore attinge alle ultime riserve della sua immaginazione e le racconta delle favole: storie improvvisate che rappresentano, forse, la sua ultima e definitiva forma d'inventiva. Questo narrare sommesso non è solo un atto d'affetto, ma una disperata strategia di sopravvivenza; una trincea di parole eretta per resistere a un'onda d'urto emotiva che preme dall'interno e che minaccia, da un momento all'altro, di travolgere il suo equilibrio e sommergerlo definitivamente.

L'uomo narra di questa pietra immersa sul fuoco, un oggetto ostinato che dovrebbe, secondo una logica assurda e poetica, trasformarsi in una zuppa nutriente. La bambina ascolta, con quel suo cromosoma in più che la rende custode di una sensibilità non filtrata, mentre lo scrittore descrive il bollore dell'acqua e la durezza inamovibile di quel sasso destinato, per sua stessa natura, a resistere a ogni tentativo di cottura. Non c'è fuoco abbastanza alto, né pazienza abbastanza lunga, capace di ammorbidire quel cuore minerale.

Eppure, in questa narrazione che sembra un esercizio di futilità, risiede il cuore del romanzo. La fiaba diventa la metafora della condizione umana contemporanea: un tentativo di trarre nutrimento dal deserto, di cavare calore dal freddo cemento della periferia. Come viene suggerito verso la chiusura dell'opera, la vera resistenza non sta nel successo dell'impresa, ma nell'atto di non arrendersi all'evidenza. Non bisognerebbe mai smettere di sperare che il sasso si cuocia, perché nel momento in cui si accetta la sua irrimediabile durezza, si accetta anche la fine di ogni incanto e la vittoria definitiva dello Sprofondo.

In Lina e il sasso, il nuovo romanzo di Mauro Covacich (edito da La nave di Teseo, pagg. 272, euro 20), la narrazione si dispiega come un complesso organismo vivente. Non siamo di fronte a una trama lineare, bensì a un romanzo corale dove una moltitudine di esistenze orbita attorno a un centro di gravità invisibile. I personaggi agiscono mossi da un disegno misterioso, le loro traiettorie si incrociano e si scontrano in uno spazio che è al contempo fisico e metafisico. I destini di queste figure sono serrati da un nodo doloroso, un intreccio di dinamiche affettive oscure ed enigmatiche. C'è una tensione irrisolta che vibra sotto la superficie di ogni incontro, una carica elettrica che non trova mai scarica completa, lasciando il lettore in uno stato di sospensione vigile. Covacich non si limita a raccontare delle semplici storie; sembra voler tracciare una vera e propria mappa della vita sentimentale della nostra società. Tuttavia, l'indagine dell'autore devia dal sentiero tradizionale del romanzo psicologico. Covacich procede attraverso un esame rigoroso dei corpi piuttosto che delle anime. La sofferenza, il desiderio, l'alienazione e la speranza non sono concetti astratti, ma manifestazioni somatiche, pulsionali e desideranti che hanno spesso radice nella sessualità. In questa prospettiva, i sentimenti diventano fatti biologici, urti tra masse, resistenze fisiche. La speranza che il sasso si cuocia non è dunque un pio desiderio spirituale, ma l'estrema sfida della materia che cerca di farsi carne, di farsi nutrimento, contro ogni legge della fisica e del buon senso.

La lettura di Lina e il sasso procede, infine, con un ritmo incalzante: i capitoli scivolano rapidi l'uno dopo l'altro, non per una semplice ricerca di velocità, ma per una sapiente costruzione di interrogativi e incastri. La struttura del romanzo non è un percorso rettilineo, ma una sovrapposizione di piani narrativi che si svelano gradualmente, creando un effetto di profondità quasi architettonico.

Ogni capitolo, pur essendo un tassello fondamentale del mosaico complessivo, possiede la forza autonoma di un racconto breve. Questa indipendenza formale conferisce all'opera la natura di un palinsesto: un testo dove diverse storie sembrano scritte l'una sull'altra, lasciando intravedere in trasparenza i legami segreti dei protagonisti.

Nonostante la complessità della struttura e l'imprevedibilità degli snodi

narrativi, il libro brilla per coerenza stilistica. In questo equilibrio tra la frammentarietà dei capitoli e l'unità della voce narrante risiede la forza di un romanzo che interroga il lettore ben oltre l'ultima pagina.

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