Oriana Fallaci arriva a Cape Kennedy nel 1964, frequenta Houston, incontra gli astronauti, intervista scienziati, medici, fisici, tecnici della NASA. Li intervista come se fossero personaggi letterari, non eroi di un'epopea tecnologica, ma creature alle prese con qualcosa che le supera. Le domande che rivolge agli astronauti (sulla paura, sul senso, su cosa si prova a guardare la Terra da fuori) sono le stesse che rivolge a se stessa. La luna di
Oriana (2018) è una raccolta postuma di articoli scritti per l'Europeo. Il libro va letto in parallelo con Se il sole muore (1965) e Quel giorno sulla Luna (1970), le due opere organiche che Fallaci ricavò dalla stessa esperienza. Messi insieme, i tre libri compongono un trittico spaziale che non ha equivalenti nella letteratura giornalistica italiana del Novecento. Ma La luna di Oriana ha una qualità specifica che gli altri due non hanno: la prossimità al fatto grezzo, l'assenza di rielaborazione, la voce presa sul momento. C'è una freschezza, a
tratti una meraviglia quasi infantile, che nelle opere più costruite Fallaci avrebbe temperato con l'architettura
narrativa. Particolarmente rivelatori sono i ritratti degli astronauti. Fallaci li coglie nella loro normalità provinciale (vengono dal Texas, dall'Ohio, da famiglie senza storia) e proprio per questo li trova straordinari.