"Basta tagli alla sanità. E serve una revisione della rete ospedaliera"

Il primario del Policlinico Stefano Carugo rivolge un appello al prossimo assessore al Welfare: "Razionalizzare il sistema su modello degli hub"

Il primario Stefano Carugo
Il primario Stefano Carugo

Stefano Carugo, direttore del dipartimento dell’Area cardio-toracico vascolare del Policlinico, responsabile regionale della Società italiana di Cardiologia, consigliere regionale nella giunta Maroni. Da oggi il sudoku della nuova giunta. Cosa chiede al nuovo assessore al Welfare?

«Mi piacerebbe vedere un assessore forte politicamente, che abbia un ampio mandato e che sia in grado di prendere scelte coraggiose. Il sistema lombardo ha previsto una grande autonomia del direttori generali delle singole Asst, aspetto che non garantisce una direzione univoca alla Sanità sul territorio».

A quali scelte forti si riferisce?

«Innanzitutto bisognerebbe avere il coraggio di rivede la rete ospedaliera: non ha senso che ogni ospedale abbia tutte le alte specialità. Bisogna quindi chiudere alcuni reparti, penso alle 22 emodinamiche nella sola città di Milano, e investire sulle periferie della regione, come i territori montani come Sondrio o province che sono sguarnite».

C'è un modello di riferimento?

«La struttura hub&spoke, creata durante la pandemia, purtroppo già smantellata. La Regione aveva concentrato la cardiochirurgia, l'ortopedia e la neurochirurgia in grandi centri, gli altri presidi sanitari inviano i pazienti lì anche perchè dove si opera di più, si opera meglio. È un modello che ottimizza le risorse e migliora la qualità del servizio».

Lei ha detto che i direttori generali delle Asst e delle Ats hanno troppa autonomia...

«Quando abbiamo scritto la Legge 23 (la legge di riforma della sanità lombarda firmata da Maroni nel 2015, ndr) abbiamo sbagliato creando troppe poltrone, c'è troppa diversità nella programmazione di ogni Ats».

Un esempio concreto?

«La telemedicina: ogni Ats e Asst la programma come vuole. Non ci sono linee guida comuni per tutta la regione per cui se un paziente viene dimesso da un ospedale ma è residente in una zona diversa, venendo preso in carico da un'altra Asst, avrà servizi diversi. Questo è il motivo per cui la telemedicina stenta a decollare in Lombardia: servirebbe una piattaforma unica, su modello delle 6mila farmacie dei servizi lombarde che lavorano con un unico provider».

L'assessorato al Welfare «vale» l'80 per cento del Bilancio regionale.

«È ora di dire basta ai tagli sugli investimenti in sanità: per chi lavora nel pubblico come me è imbarazzante vedere che per avere una risonanza magnetica o una Tac al Policlinico ci vogliono 2 anni, mentre nel privato viene acquistata subito. La dg Welfare ha invitato tutte le Asst a risparmiare per poter fare investimenti, ma non è pensabile. I tagli partono dal Governo e ricadono sulle regioni, certo. Però che senso ha far fare il 110 per cento di visite se poi non abbiamo la strumentazione per poter fare esami specialistici?».

Veniamo al tema delle liste d'attesa...

«Intanto gli ospedali pubblici in questo modo non vengono messi nelle condizioni di massimizzare le prestazioni. Io rimango convinto del fatto che quello delle liste d'attesa sia un falso problema: quello che succede è che vengono fatti troppi esami. Ogni cittadino può ripetere lo stesso esame, l'ecocardiogramma per esempio, anche tre volte in un anno, ma è inutile se nessuno poi tira le file del discorso. Ci vorrebbe un regista della salute del paziente».

Non dovrebbe essere il ruolo del medico di base?

«Il problema è che manca un collegamento tra il medico di base e lo specialista. Al futuro assessore al Welfare chiedo un'azione forte in questo campo: promuovere l'associazione tra medici di famiglia sul territorio. Si trovi il modo di incentivare i consorzi di medici nelle case di comunità dando lo studio, la segretaria, dei macchinari. Lo sviluppo della medicina del territorio passa anche da qui: riempire le case di comunità di personale e strumentazione per farle funzionare. Ridurre i presidi sanitari secondo il modello hub&spoke permetterebbe anche di evitare la dispersione di medici e infermieri negli ospedali».

I medici stanno scappando dagli ospedali...

«Non basta aumentare il numero dei posti a Medicina, con 14mila nuovi medici e 20mila nuovi infermieri se poi non si pagano adeguatamente: impossibile con quegli stipendi permettersi di vivere nelle grandi città lombarde, e qui interviene l'autonomia. Abbiamo bravi professionisti che è ingiusto debbano emigrare per poter lavorare bene. I medici, da Como a Varese, se possono vanno in Svizzera dove guadagnano il 60 per cento in più».

Cosa chiederebbe ancora?

Al presidente della Regione Attilio Fontana di istituire un assessorato o un sottosegretario agli Anziani e alla Terza età al pari di quello alla Famiglia: una figura con competenze trasversali che possa andare incontro alle esigenze degli 80mila anziani soli a Milano, in collaborazione con i comuni cui fanno capo i servizi sociali. La Lombardia è la regione più vecchia d'Italia».

Aveva un'altra proposta choc?

«Azioni forti di salute pubblica: propongo che si tolga l'esenzione del ticket ai fumatori perchè è necessario intervenire sugli stili di vita.

Così vorrei vedere eliminate le bevande zuccherate da tutte le macchinette della Lombardia e rendere obbligatoria l'attività fisica a scuola - le due ore a settimana non bastano -, magari introducendo bonus per le famiglie in difficoltà perchè possano iscrivere i figli a corsi pomeridiani. Siamo al terzo posto in Europa per obesità giovanile».

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