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Così cade e si rialza "la specie umana"

Così cade e si rialza "la specie umana"
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Robert Antelme (1917-1990) nasce a Sartène, in quella costa occidentale della Corsica che scende verso Bonifacio, una specie di pampa circondata dal verde del Mediterraneo. Va a studiare Legge a Parigi, si innamora di una giovane francese nata in Indocina e la sposa nel 1939. Lei si chiama Marguerite Duras e pubblica il suo primo romanzo nel 1942, l'anno in cui muore il loro unico figlio, a soli due anni; insieme, Robert e Marguerite fondano anche una casa editrice, le Éditions de la Cité Universelle, nel 1945. Prima, però, attraversano l'inferno.

Entrambi partecipano alla Resistenza, ma nel giugno del 1944 Antelme viene catturato dalla Gestapo e deportato in Germania. È prigioniero politico assieme ad altri francesi. "Alle Franzosen scheisse!" ("Tutti i francesi merda") sono le prime parole tedesche che imparano, gridate dal capoblock a Buchenwald. Da lì finisce nel campo di lavoro di Gandersheim e poi torna, a piedi, rischiando di morire lungo la strada, a Dachau: è François Mitterand a ritrovarlo, dopo la Liberazione. Uno scheletro d'uomo. Ma un uomo. Vivo.

Quando torna a Parigi, Antelme vuole raccontare l'enormità della sua esperienza - la prigionia, le marce forzate, l'ossessione della fame, i pidocchi, le punizioni, il comignolo di Buchenwald, la fila per lo specchio dove ritrovare il proprio volto, le zuppe liquide, i tozzi di pane che durano tre giorni, le baracche di Dachau, i compagni morti, ma anche il fatto stesso di essere sopravvissuto - e scopre che le parole non sono abbastanza. È da questa "sproporzione" che nasce La specie umana. Antelme inizia a scriverlo a Bocca di Magra, a casa di Elio Vittorini, dove inizia a rivivere dopo la guerra. Pubblicato nel 1947 dalla casa editrice di Antelme e Duras (che si separano dopo il ritorno di lui), La specie umana torna in libreria dieci anni dopo per Gallimard. In Italia arriva nel 1954 in una versione tagliata, e nel 1969 in traduzione integrale (di Ginetta Vittorini, vedova di Elio); ora Einaudi lo propone in una nuova traduzione di Stefania Ricciardi e con l'introduzione di Georges Perec.

Nella Premessa, Antelme fa i conti con l'"inimmaginabile": "Fin dai primi giorni ci è sembrato impossibile colmare la distanza che scoprivamo tra la lingua di cui disponevamo e quell'esperienza che, per la gran parte di noi, si protraeva ancora nel nostro corpo... Eravamo ancora lì. E tuttavia era impossibile. Appena prendevamo a raccontare, ci sentivamo a soffocare". La specie umana è questo: una lingua che riesca a dire l'impossibile. È, in fondo, quella stessa lingua - il francese - "inviolabile" perfino nel lager: "Loro possono molto ma non possono insegnarci una lingua che sarebbe quella del detenuto". È quel balbettio che è "forma permanente ed estrema dell'indipendenza e dell'identità".

È la lingua che arriva all'indicibile: "Il regno dell'uomo, che agisce o esprime senso, non si esaurisce. Le SS non possono alterare la nostra specie. Tu non devi essere: su questa ridicola volontà di idioti è stata montata una macchina enorme...

Tu non devi essere, ma loro non possono decidere, al posto di chi di lì a poco sarà cenere, che lui non sia. Devono tenere conto di noi finché noi viviamo, e dipende ancora da noi, dal nostro accanimento a essere, se nel momento in cui ci avranno fatti morire avranno la certezza di essere stati completamente fregati".

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