Letteratura

Così Mughini raccontò la viltà degli intellettuali verso Moro

Il giornalista, all'epoca, scrisse un pamphlet che venne insabbiato. Dimostrava la doppia morale della sinistra

Così Mughini raccontò la viltà degli intellettuali verso Moro

Ascolta ora: "Così Mughini raccontò la viltà degli intellettuali verso Moro"

Così Mughini raccontò la viltà degli intellettuali verso Moro

00:00 / 00:00
100 %

«Né con lo Stato né con le Br», facile criticare questa oscena condanna a morte decenni dopo. Era le posizioni della stragrande maggioranza degli intellettuali comunisti in quei 55 giorni in cui fu rapito e infine ucciso Aldo Moro, tra il 16 marzo 1978 al 9 maggio.

Ma perché vi parlo di questo? Perché all'epoca uno dei nostri intellettuali più importanti e liberi, Giampiero Mughini, lavorava come redattore al quotidiano comunista Paese sera. Da cui dette le dimissioni poco dopo. È sempre stata questa la vita di Mughini, stare dove può essere libero, andarsene dove non può, e lo dico intellettualmente parlando, non per chi lo conosce solo per il suo outfit (strepitoso) in televisione (dove va per denaro, giustamente, ma anche lì dicendo sempre quello che pensa, e Mughini è uno che pensa, ce ne fossero di più come lui).

Ma torniamo ad Aldo Moro. Nell'ottobre del 1978 uscì per Sellerio quello che è diventato un j'accuse senza appello contro la classe politica italiana, L'affaire Moro di Leonardo Sciascia. Ma c'è un altro piccolo libro di cui nessuno ha saputo nulla, commissionato nello stesso anno a Mughini da Feltrinelli: Gli intellettuali e il caso Moro. Una volta consegnato, indovinate un po' cosa è successo? Non uscì. O meglio uscì per finta, stampato in duecento copie. Semplicemente perché Mughini, come Sciascia, non risparmiava nessuno.

Oggi è ristampato dalle Edizioni Pedragon, e se fossi un editore come Adelphi lo metterei proprio insieme a L'affaire Moro. Un libro incandescente scritto a caldo, che portò Mughini sulla via, come lui stesso scrive nell'introduzione, del mondadoriano Compagni, addio (pur non essendo mai stato comunista un solo minuto della sua vita). «Purtroppo la dicotomia che mi provavo a vivere in quel 1978, l'essere io un amico e sodale dei socialisti che lavorava tuttavia in un quotidiano comunista la cui fedeltà al Pci era irrinunciabile, era destinata a non reggere».

Non sto qui a riepilogarvi quello che fu la vicenda di Aldo Moro, ma una cosa è certa: pochi ebbero il coraggio di prendere una posizione netta, Mughini fu tra questi. Tanti erano i distinguo per condannare Moro a morte, da parte degli intellettuali sempre organici, infettati dal virus del comunismo. Il germanista e critico Cesare Cases scriveva che «dopotutto il terrorismo minaccia l'esistenza di singoli, il potere quella di tutti», e dunque che Moro muoia. Perfino Giorgio Gaber, nella canzone Io se fossi Dio, scritta con Luporini, canta «che Aldo Moro assieme a tutta la Democrazia Cristiana/ è responsabile maggiore/ di vent'anni di cancrena italiana», e finendo che anche da morto «resta ancora la faccia che era» (Mughini scopre che il testo originario era addirittura «faccia di merda»).

A dire il vero un politico che considerò una trattativa c'era, si chiamava Bettino Craxi. Diventò poi uno dei nostri più grandi statisti, uno che è ancora avanti mille anni luce avanti a ogni nostra sinistra impantanata dentro se stessa, e al quale il popolo italiano ha lanciato le monetine. D'altra parte, come scrive Mughini, «mai e poi mai il Pci avrebbe accettato di averli di fronte quei delinquenti politici il cui linguaggio altro non era se non quello del comunismo staliniano parlato negli anni Cinquanta dai comunisti di tutto il mondo. Temevano i comunisti italiani che da un qualsiasi raffronto con i terroristi rossi dei Settanta sarebbe emerso come gli uni e gli altri appartenessero a un unico e comune album di famiglia».

D'altra parte, aggiungo dal mio punto di vista, questo album di famiglia continua ancora oggi, pur sgangherato e delirante in questi tempi di social e presenzialismi per presentare solo se stessi. C'è una destra che fatica a dichiararsi antifascista (e dovrebbe), come c'è una sinistra maggioritaria che non ci pensa proprio a dichiararsi anticomunista (e dovrebbe). Sempre con l'idea che il fascismo è stato un male (e non c'è dubbio) ma il comunismo no, l'hanno solo applicato male. In ogni caso vi consiglio di procurarvi questo libro del grande Mughini (detta così sembra il Grande Mazinga, ma io sono un figlio degli anni Ottanta, Mazinga lottava per la libertà, insegnata ai giapponesi dagli americani con due atomiche), prima che diventi introvabile, e vi assicuro: ci troverete molte similitudini con la realtà attuale. Per esempio oggi non c'è Moro ma c'è l'Ucraina, e a parte i putiniani ospitati nelle nostre televisioni e sui quotidiani, ci sono i pacifisti del «né con la Nato né con Putin». Stessa roba, ragazzi.

Commenti