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Ritorno a Garlasco

Diciannove anni dopo il delitto, si riapre una ferita mai veramente chiusa La città si interroga ma non trova risposte. E la giustizia è diventata solo spettacolo

Ritorno a Garlasco

Garlasco è la provincia senza verità. «Cosa è successo davvero? Ce lo chiediamo ogni giorno, ma ne sappiamo sempre di meno». Il signor Gigi è seduto davanti al Caffè del Commercio con i suoi amici di una vita. Qui verso sera arriva spesso il papà di Chiara Poggi. È uno di loro. Si parla di calcio e motori, qualche volta di politica, raramente di quello che è successo. Non è un modo per dimenticare, anche perché nessuno ci riesce. Il signor Gigi, dottor Luigi Rossi, ha ottantacinque anni e una volta era l'amministratore del calzaturificio Sorelle Taschieri, quello che stava in via Borgo San Siro, e da almeno vent'anni è passato di mano. Qui ormai vendono tutto, anche i bar del centro, questo del Commercio e il Blu poco più in là, il locale che quando hanno arrestato Alberto Stasi era ancora del maresciallo Francesco Marchetto. «È lui - ti dicono - che ha seguito le indagini. Lo conosce? Sta spesso in tv». Adesso i bar li hanno tutti comprati i cinesi.

Il Caffè del Commercio si chiama così perché in questa piazza, dove c'è pure il Comune, un secolo fa ci facevano la fiera del bestiame e dell'agricoltura. «No, Lisbona non c'entra nulla. Sa, Garlasco una volta era ricca, imprese e agricoltura». Ci tengono a dirlo.

Sulla strada che da Gropello Cairoli porta a Garlasco, qualche chilometro dopo il bar Pizza e Champagne, dietro la stazione di servizio, sulla sinistra c'è ancora un cartello con una freccia che indica il centro vaccini per il Covid. Qui i minuti si intorpidiscono, si rilassano e perdono velocità, come se qualcosa li trattenesse o si fossero persi, girando nel vuoto. C'è a Garlasco una sorta di disorientamento che ti fa girare in tondo. Il tempo ha cominciato a smarrirsi tra le nove e dodici e le nove e trenta del 13 agosto 2007. Prima, raccontano, c'era un mondo. La chiamavano la Las Vegas della Lomellina, perché qui si giocava pesante e poi c'erano i locali notturni, le discoteche e prima ancora le balere. «Qui ci veniva la Milano bene il sabato sera». Fuori Porta Ticinese.

Si ballava senza domani, al Pepe Club dove è rimasta solo l'insegna con la prima lettera caduta o alle Rotonde e soprattutto ai Pellicani, la leggenda dei lenti e del liscio. Tanti qui hanno conosciuto la donna della vita, qualcuno se l'è sposata e questo chiaramente vale anche al contrario. L'impressione è che in questo paese di novemila abitanti, dove i vecchi si sono presi la maggioranza, non solo si balli poco o nulla, ma si sia perso anche l'azzardo, perché come fai qui a scommettere sul futuro? Non c'è neppure più quel chiacchiericcio da provincia torbida, quelle storie di noia, satanismo, orge e pettegolezzi, che per un periodo sono rimaste attaccate ai sussurri dell'inchiesta, quasi a scacciare l'idea che l'assassino fosse «uno di noi».

Si rammentano, sorridendo, i racconti sulla Madonna delle Bozzole, luogo sacro di miracoli ed ex voto, di don Gregorio che un po' scandalizzava, con il prete che la domenica vendeva patate e tutto il resto, i debiti con gli zingari che ricattavano e gli esorcismi per togliere l'odore di zolfo. «Ci veniva pure Emmanuel Milingo, l'arcivescovo». Ormai in pochi si ricordano che Garlasco si chiamava Antona, anche se c'è una via a segnalarlo, la misteriosa città dei celti, sacra e perduta, sepolta dal peso di un tempo che non scorre.

A Garlasco è rimasto solo il delitto, con il sangue, troppo sangue («era dappertutto»), che sembra non andare più via. Lo raccontava un operaio che fa lavori di manutenzione. «Sono andato a casa Poggi anni dopo il delitto e ho dovuto spostare alcuni mobili e alle pareti ancora si vedeva in verticale il segno della striscia del sangue di Chiara».

Non chiedete a Garlasco chi è stato. Non lo sanno. Te lo chiedono ovunque, dal Messico all'Egitto: ah, Garlasco, allora chi è l'assassino? L'uno o l'altro, codice binario, solo che qui non si fa il tifo per nessuno. C'è solo qualche gesto di perplessità per le sorelle Cappa, ma senza parole, perché si sa com'è il padre che querela tutti. Niente di grave, comunque, le solite antipatie di paese per chi sembra che un po', ma solo un po', se la tiri. Non è certo questo il problema di Garlasco.

Lo sa bene Angelo Rossi, 86 anni il prossimo 28 maggio, conservatore e un po' anarchico, stessa razza di Indro Montanelli, conosciuto perché festeggiava la Repubblica a casa sua, ma con tanti amici e senza le autorità, soprattutto fondatore della Aiwa, l'azienda del «suono», che poi lui una ventina d'anni fa ha venduto alla Sony. «Tutti ci chiedono chi è stato. Io invece vorrei capire come si fa a condannare chi è stato assolto in primo grado e in appello. Il colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio non è più un pilastro del diritto. E se ora è innocente, che succede? Qualcuno pagherà per quello che gli hanno fatto?».

Qui al referendum in tanti hanno votato Sì. Sono scettici anche sulla chiusura delle indagini, guardano le telecamere davanti alla casa di Andrea Sempio, lì in fondo dopo le Onoranze Funebri Pertusi, sono loro che hanno sepolto Chiara, e leggono che ora il colpevole c'è e che ha colpito con crudeltà e con un movente abietto e meschino. Ora si parla di una chiavetta che svela segreti cruciali, di rifiuti e di ossessioni e va bene tutto. Ma il dubbio non passa: e se questi prendono un'altra cantonata?

La realtà è che a Garlasco continuano a farsi domande e a non trovare risposte. Solo che per loro la giustizia ormai è solo uno spettacolo d'arte varia che non se ne va più. «La differenza - dice l'edicolante con il Cristo in croce tatuato sul braccio destro - è che nel 2007 la Provincia Pavese vendeva migliaia e migliaia di copie e adesso restano qui, ferme, a riposare prima del macero».

Questa storia un giorno finirà.

Accanto al tetro Martinetti c'è la scuola di talenti di Ron. È di Garlasco e qualche volta lo si vede a messa.

Stai passando proprio sotto il suo studio di registrazione e si sente una voce giovane: «Alle ragazze non chieder niente perché niente ti possono dare, se il tuo nome non è sui giornali o si fa dimenticare. Hai davanti un altro viaggio e una città per cantare».

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