Quanto contano, come prova di un reato, i soliloqui (intercettati) di un indagato? Il caso di Andrea Sempio, accusato dell'omicidio di Chiara Poggi, e della sua presunta «autoconfessione» captata dalle cimici in macchina non è nuovo. Ci sono numerosi precedenti simili. Ecco due storie in cui i monologhi finiti nelle intercettazioni ambientali hanno aiutato ad arrivare a una condanna. Anche se - va detto - qui si tratta di vere e proprie ammissioni in solitaria, mentre le frasi di Sempio sono molto frammentarie e devono ancora superare il vaglio di un contraddittorio.
Nella prima vicenda l'ambientale è stata decisiva. Il reato è l'incendio doloso di alcune vetture che inizialmente gli inquirenti credevano legato a una estorsione di tipo mafioso. Invece lo sfogo dell'indagato carpito nella sua auto ha svelato che la pista era quella di una vendetta privata. Siamo a Pieve Emanuele nell'agosto del 2021. Ciro C., 72enne residente nel Pavese, finirà ai domiciliari con l'accusa di aver dato fuoco a tre macchine parcheggiate fuori dall'officina dell'uomo che - dirà l'indagato a verbale - maltrattava la compagna, figlia della convivente dell'anziano. Il gip Guido Salvini, che firma l'ordinanza, sottolinea: «Mai, per quanto si ricordi, un'intercettazione ambientale come quella svolta sulla autovettura Fiat Linea dell'indagato ha dato risultati così definitivi sul reato oggetto dell'indagine». Si tratta, per il giudice, di «una completa autoconfessione in prima persona». L'indagato prega ad alta voce, confessa tutto e descrive i dettagli precisi del reato commesso: la data dell'incendio e il numero - «tre» - delle vetture bruciate. I due monologhi registrati sono definiti «probatoriamente straordinari».
Invoca Ciro C.: «Dolcissimo san Michele Arcangelo, principe della milizia celeste, col potere che ti viene da Dio (...), ti prego aiutami in questo momento più di bisogno e perdona quello che ho fatto, che ho dato fuoco alle macchine... aiutami con la Legge... sta indagando su di me! Fai che non mi arrestano e che non mi condannano». Ancora: «Concedimi questa grande grazia che non mi condannano e non mi fanno pagare nulla, benedici questi carabinieri, addolcisci i loro cuori».
Sempre nell'ambito delle preghiere, ma in un rito voodoo, la confessione tra sé e sé di una «madame» nigeriana condannata in abbreviato nel giugno 2019 a otto anni di carcere, insieme a due complici, per induzione in schiavitù di alcune donne connazionali costrette a prostituirsi tra Legnano e Milano. Così ancora il gup Salvini: «I racconti delle due persone offese hanno trovato precisi e solidi riscontri», tra l'altro, nelle intercettazioni ambientali raccolte sull'auto - una Ford Focus - del marito della 45enne, considerata la «figura centrale dell'organizzazione» criminale. Dice la donna nel soliloquio ad alta voce: «Eh... H. (una delle ragazze sfruttate, ndr), in qualsiasi parte dove sei non ti ho regalato i soldi che ho speso per portarti all'estero». Ancora: «Ho faticato molto», riferendosi al pagamento del viaggio dalla Nigeria della giovane, che le sarebbe debitrice. La donna condannata «invoca Dio, affinché la D. ed un'altra donna paghino per il loro debito nei suoi confronti, altrimenti saranno perseguitate e perderanno la loro serenità».
La 45enne lancia ripetute maledizioni della religione voodoo: «Chiunque ti appoggi sconsigliando di non pagarmi sia un uomo o una donna cadrà addosso a loro la spada di Jesù... accadrà su di loro la spada di Dio». E poi: «Avrai il fuoco addosso, avrai il fuoco addosso...».