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Stasi o Sempio, nessuna verità

Se dopo vent'anni cambiano orari, dinamiche, moventi; se le perizie si smentiscono; se gli indizi sono elastici; allora la prima urgenza non è fabbricare un nuovo colpevole per non lasciare vuoto il palco. È fare i conti con il possibile errore commesso

Stasi o Sempio, nessuna verità
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A Garlasco abbiamo finalmente risolto tutto: basta premere riavvolgi. Il tempo torna indietro, i morti si rialzano per farsi colpire meglio, le scale si raddrizzano, le cantine parlano. Manca solo l'invenzione decisiva: la macchina del tempo. Purtroppo Antonino Zichichi non ha fatto in tempo a costruirla; altrimenti avremmo già il film completo, con tanto di movente in alta definizione e colonna sonora.

Perché di questo si tratta: cinema. Ottimo cinema, per carità. Dodici colpi, la colluttazione, la trascinata, la caduta sui gradini, il finale in cantina. Una sceneggiatura che scorre; quasi si vede. Peccato che il tribunale non sia una sala. E la differenza, che dovrebbe essere elementare, a Garlasco sembra evaporata.

Dopo quasi vent'anni dall'omicidio di Chiara Poggi, dopo una condanna definitiva per Alberto Stasi (io, lo dico senza infingimenti, ho maturato da tempo una certezza morale sulla sua innocenza), ecco il nuovo giro di giostra: altro indagato, altro movente, altra sicurezza. Oggi tocca a Andrea Sempio. Domani, chissà.

Il problema non è indagare: è pretendere di chiudere i conti con indizi che si piegano a tutte le letture. Le impronte: ci sono, non ci sono, sono di qualcuno, forse di altri; ballerine, appunto.

Le biciclette: viste, non viste, identificate, smentite; più che mezzi di trasporto, oggetti di fede. Il Dna: storto per uno, quasi giusto per un altro. Gli orari della morte: aggiornati come un software. La scena del delitto: inquinata subito, poi ricostruita cento volte, ogni volta meglio della precedente, come nelle serie televisive che migliorano a ogni stagione.

E allora si torna da capo: nuovi periti, nuove certezze. Ieri si è condannato con una squadra di tecnici; oggi si ricostruisce con un'altra squadra, più moderna, più acuta, si dice. Domani ne arriverà una terza, ancora più brillante. A questo punto, non serve il codice: serve il casting.

Nel frattempo, il vero processo si è svolto altrove: negli studi televisivi. Più sedute, più consulenti, più criminologi che al Processo di Norimberga su Auschwitz. Lì sì che tutti hanno visto tutto, capito tutto, deciso tutto. Ma la somma delle opinioni non fa una prova; fa soltanto un coro. In questo caso, due cori.

Resta il punto, che non è simpatico ma è decisivo. Se dopo vent'anni cambiano orari, dinamiche, moventi; se le perizie si smentiscono; se gli indizi sono elastici; allora la prima urgenza non è fabbricare un nuovo colpevole per non lasciare vuoto il palco. È fare i conti con il possibile

errore commesso. E questo significa una cosa sola: togliere Stasi da quella zona grigia dove lo si è confinato; e, se il dubbio è tornato sovrano, restituirgli non solo la libertà, ma l'onore. Il resto, l'incastro di indizi su misura per un altro imputato, non consola. Non consola la memoria di Chiara; non consola la giustizia; non consola neppure chi ha bisogno di credere che, comunque vada, qualcuno debba pagare.

E poi c'è la parte più indecente. Per anni abbiamo frugato nella vita privata di due ventenni innamorati; abbiamo messo in piazza dettagli, abitudini, perfino segreti che non avevano alcuna necessità di diventare spettacolo. Come se la verità si nascondesse lì, tra le pieghe dell'intimità. Non è così. Non lo è mai stato.

Rassegniamoci a una conclusione che non piace ma è l'unica onesta.

Senza prove solide, senza testimoni, con una scena compromessa fin dall'inizio, restiamo nel campo delle ipotesi. Più raffinate, più suggestive; ma pur sempre ipotesi. Il tempo, a Garlasco, può anche provare a tornare indietro. La verità no: o la si trova nei fatti, oppure non arriva, anche se risuscitasse Alfred Hitchcock.

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