
L’Artico, un tempo considerato un regno inaccessibile, è diventato il nuovo terreno di scontro geopolitico tra le grandi potenze. In poche settimane una flotta cinese composta da cinque rompighiaccio e navi da ricerca è penetrata nell’Oceano Artico arrivando fino a 290 miglia nautiche dall’Alaska, in un’azione che ha insospettito Washington. Questa manovra, infatti, pur nel rispetto delle norme internazionali segna un’accelerazione di Pechino nel consolidare la propria presenza (scientifica e strategica) nella regione polare, sfidando apertamente il tradizionale predominio occidentale.
La Cina punta sull’Artico
Per quale motivo la Cina sta incrementando la propria presenza nell’Artico proprio adesso? Semplice: questa regione si sta riscaldando quasi quattro volte più velocemente del resto del pianeta. Quella che una volta era una frontiera ghiacciata e inaccessibile sta ora diventando una delle regioni più contese del mondo. Qui si stanno letteralmente aprendo nuove rotte marittime, emergono riserve non sfruttate di petrolio, gas e minerali e, più in generale, sta venendo alla luce una nuova arena per le manovre geopolitiche. In questo contesto, Russia, Cina e Stati Uniti si stanno circondando a vicenda con un mix di cooperazione e rivalità.
Nelle ultime settimane, tra all’altro anche Mosca ha inviato segnali contrastanti. Da un lato, il presidente Vladimir Putin ha lanciato l'idea di progetti congiunti con Washington nell'Artico e persino in Alaska. D'altra parte, la Russia ha riavviato le missioni scientifiche con la Cina, una mossa che sottolinea la loro crescente partnership nelle regioni polari. Nel frattempo, ha ben spiegato Eurasiantimes, Pechino prosegue con la propria strategia, inviando una flotta di rompighiaccio e navi da ricerca che ha sollevato allarmi a Washington.
Per la prima volta in cinque anni Russia e Cina hanno lanciato una spedizione oceanografica congiunta, inviando 25 scienziati a bordo della nave di ricerca Akademik M.A. Lavrentyev. La missione, che durerà 45 giorni, si concentrerà su come il cambiamento climatico sta influenzando gli ambienti di acque profonde nel Mare di Bering e nel Pacifico nord-occidentale. I ricercatori prevedono di studiare come questi ecosistemi hanno risposto ai cambiamenti ambientali negli ultimi 126.000 anni, un periodo noto come tardo quaternario. È la nona missione di questo tipo dal 2010, ma la prima da quando la pandemia ha interrotto gli scambi scientifici.
La partnership con Mosca
I funzionari cinesi hanno inquadrato il viaggio come la prova di un "impegno condiviso per affrontare il cambiamento climatico globale e l'esplorazione di scienze marine all'avanguardia". Oltre 110 scienziati cinesi hanno preso parte a queste spedizioni congiunte dall'inizio del programma, e la collaborazione fa parte di una spinta più ampia per integrare le competenze cinesi nella ricerca artica. Dal 2019, Russia e Cina hanno istituito un laboratorio congiunto sulla tecnologia polare e le loro guardie costiere hanno persino effettuato pattuglie insieme nelle acque artiche.
Le spedizioni di ricerca forniscono un modo politicamente sicuro per approfondire i legami mentre costruiscono il know-how tecnico di cui entrambe le parti avranno bisogno se sperano di sfruttare l'Artico commercialmente. La Cina, tuttavia, non si limita alla cooperazione scientifica con la Russia. All'inizio di questo mese, una flotta di cinque rompighiaccio e navi da ricerca cinesi è entrata nell'Oceano Artico dopo aver attraversato lo Stretto di Bering.
Le navi includevano la Xue Long 2 (Snow Dragon 2), un rompighiaccio di ricerca polare all'avanguardia, insieme a diverse altre navi dotate di sommergibili e laboratori di acque profonde.
Secondo i dati di tracciamento, le navi sono arrivate entro 290 miglia nautiche dell'Alaska, abbastanza vicine per gli Stati Uniti. La Guardia Costiera inviere aerei e un cutter per monitorare i loro movimenti. I funzionari americani hanno sottolineato che le navi sono rimaste in acque internazionali ma non hanno nascosto il loro disagio.