
Qualche volta dico benedetti i giornali e subito dopo me ne pento, e poi mi pento di essermene pentito. La strage di Minneapolis negli Stati Uniti, per come è stata raccontata, mi ha trasportato su una giostra di sentimenti. Il fatto, mercoledì 27 agosto. Nella chiesa di una scuola cattolica, alla messa del mattino, c'erano in ordine sulle prime panche, decine di bambini con la maglia verde, che è la divisa dell'istituto dedicato alla Madonna dell'Annunciazione. Qui un killer di 23 anni ha sfondato una finestra-vetrata, dopo aver chiuso tutte le porte, per prendere con comodo la mira sulle prede indifese, quindi ha sparato al sicuro con un fucile e due pistole. Ha ucciso due scolari, di otto e dieci anni, ne ha feriti altri quattordici, di cui dieci gravemente che sono ancora lì, in ospedale, appesi a un filo di respiro. Davanti a questa strage, non riuscivo a sentire niente, se non un dolore astratto, una specie di dovere. Ce ne sono state troppe, così. Sì, la sera ai Tg le immagini di spavento, la gente che corre per vedere. Ho pensato per giustificare la mia apatia: in America capita di frequente. Poi ho visto una fotografia su un quotidiano, nelle rassegne della notte. C'era un bambino fotografato di spalle, la maglia verde a mezze maniche, e due adulti che lo consolavano. Uno doveva essere il padre, credo, e cercava di stringerlo, dandogli forza, ma era lui a non averne, e l'altro adulto palpava i capelli sulla cucuzza del piccolo, gliela sfregava come si fa giocando, e intanto con l'altro braccio circondava le spalle del padre. Per consolare e dare affetto a entrambi. Erano tre, ma una sola cosa, un monumento vivente sì all'atrocità del male, ma soprattutto a qualcosa che era impotente eppure
potentissimo. L'umano esiste. Grazie amico fotografo (ho scoperto chiamarsi Craig Lassig), e a chi ha voluto pubblicare una scena senza sangue, senza volti di fanciulli straziati, senza urla, traboccava
di sofferenza e di dolcezza. Io mi sono totalmente immedesimato, ero lì anch'io. In quel bambino ho visto il dolore illimitato, innocente. Non era ferito fuori, ma dentro: a sette-otto anni ha visto morire accanto a sé gli amici e poteva essere lui, e ha conosciuto l'odore dell'odio. Era mio nipote, era mio figlio, ero io stesso da bambino. Ma ero anche il padre e l'altro che li soccorreva.
Il senso del fare i giornali è raccontare tutta la realtà, senza retorica, l'umanità ferita degli altri, e ci fa vedere, senza bisogno di soffiare nelle zampogne, che nulla e niente può valere il sacrificio dei bambini. Impossibile non scatti l'umano che ci è rimasto. È lo stesso sentimento, in nulla diverso, che noi percepiamo davanti ai bambini palestinesi che muoiono a Gaza di bombe o di fame, o ricordiamo dobbiamo ricordare! di aver provato per i piccoli e le ragazzine rapiti o uccisi davanti alle loro madri durante il pogrom di Hamas del 7 ottobre.
Sono i bambini, ed è l'umano che squarcia la nostra corazza di cinismo e fiorisce. Almeno in quell'iniziale istante di verità. Prima di qualsiasi etichetta ideologica da appiccicare alla vittima, molto più profondamente di qualsiasi considerazione su chi sia l'assassino, e il suo assurdo non-motivo. Perché ci sono i genitori e ci sono gli amici dei genitori che abbiamo visto piangere a Minneapolis, a Gaza e nei kibbutz cercando di consolare l'inconsolabile. Lì accade qualcosa che, se lo lasciamo fare, ci colpisce sulla collottola. E viene molto prima dell'ideologia, molto prima delle razze umane, molto prima dell'appartenenza sociale. Benedetto il giornale che mi ha dato modo di recuperare questa mia scadente umanità, l'unica cosa per cui uno fa ancora un passo in strada, e mi fa scrivere, anche se a me costa molta fatica.
Poi, qualche ora, un giorno dopo, ho pensato maledetti-i-giornali. Perché quasi subito i bambini sono spariti ed
è accaduta una cosa profondamente ideologica, vale a dire la prevalenza del killer. Stavolta il killer aveva questa caratteristica, era una transgender. Chi ha fatto lo scoop è stato il New York Times, e si è subito preoccupato di parare il colpo, imbrigliando la notizia annegandola nel pericolo che conservatori e destre avrebbero sfruttato questo dato di cronaca.
Il NYT si è insomma pentito del suo scoop mentre lo faceva, tracciando la linea del politicamente corretto sul cadavere di quei piccini per indirizzare il giornalone unico mondiale. Ecco, che trionfa così la maledizione giornalistica del seppellimento della verità, che coincide con il non lasciarsi scioccare dai piccoli cadaveri di bambini, che cercavano di diventare uomini in una scuola cristiana, pur di difendere la propria linea pro-gender.
Ecco, tutto questo è ripugnante. È il modo per gettare via il sacrificio assurdo di bambini, trasformandoli in pupazzi del proprio teatrino. E penso ai tanti tra chi ieri a Venezia ha protestato per Gaza: invece di guardare ai bambini, ci si fa scudo di loro per tutelare il proprio antisemitismo (la prova: il comico italiano che pubblicamente ha definito «tutte cazzate» l'orrore del 7 ottobre).
Così a proposito di Minneapolis, tutto fa brodo per evitare di mettere in fila i fatti: e cioè che l'odio anticattolico ha scatenato un attentato terroristico, non a opera di un islamico, ma di una transgender, il cui «tipo antropologico» è emblema del progressismo mondiale. Terrorismo gender? Mi fermo: non voglio cascarci pure io. Punto e a capo.Torniamo a guardare i bambini, a ritrovare la nostra umanità.