Che il delitto di Garlasco sia diventato un campo da gioco in cui le tifoserie sfogano teorie fantasiose sui social network non è una novità. Troppo spesso si dimentica che non è un gioco e che c’è una giovane donna di 26 anni, Chiara Poggi, uccisa brutalmente il 13 agosto 2007, una donna che la famiglia piange. Tuttavia gli utenti social non risparmiano strali, in particolare nei confronti della madre Rita Preda e del fratello Marco Poggi.
Si tratta a volte di vere e proprie teorie del complotto e di ostilità nei loro confronti. “C’è questo mondo parallelo, che nasce soprattutto sul web con insinuazioni e accuse. Si confonde l’informazione e la libera interpretazione con la formulazione di ipotesi assurde”, ha commentato a “Chi l’ha visto?”, il legale di Marco Poggi, Francesco Compagna. L’avvocato è al lavoro con esposti e querele nei confronti di chi sta diffondendo fake news, spesso al di fuori delle norme deontologiche che invece riguardano i giornalisti.
Una delle grandi fake news che sui social si è allargata a macchia d’olio riguarda la possibilità che Marco Poggi non fosse in montagna in Trentino il giorno dell’omicidio della sorella. Eppure la famiglia ha diffuso tantissime foto al riguardo - tra l’altro con gli stessi abiti del loro ritorno a Garlasco, perché in quei frangenti non pensarono certo di cambiarsi - ma in tanti gridano al fotomontaggio: “Non basta nulla”, è la chiosa sconfortata di Compagna.
Anche mamma Rita Preda, come detto, è nel tritacarne mediatico. La trasmissione di Rai 3 ha diffuso delle intercettazioni in cui si sente la donna cercare di essere protettiva nei confronti del fidanzato della figlia Alberto Stasi, poi condannato in via definitiva per il delitto nel 2015. Quando la giustizia ha stabilito che Stasi fosse il killer, tutto è cambiato nei rapporti. “All’epoca quello che cambiò la percezione fu il rinvenimento del Dna sui pedali. I genitori non volevano credere che il fidanzato, che loro avevano accolto in casa propria, fosse il responsabile”, ha aggiunto il legale, ricordando come Rita Preda, Marco e Giuseppe Poggi siano in effetti vittime secondarie della vicenda, riconosciute in tribunale anche come parti civili.
“Ne abbiamo lette di tutti i colori: Marco è in una casa di recupero, è un tossicodipendente, aveva file pedopornografici… tutte bugie… non è vero che fosse in montagna… assurdità che vanno a colpire il fratello della vittima, cioè persone già duramente provate”, spiega Compagna, che ha già coinvolto diverse procure, oltre che il Garante della Privacy.
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Marco Poggi oggi vive in Veneto: il suo legale afferma di avergli proposto delle interviste, ma lui ha declinato, perché esistono diversi “profili di sensibilità”: “Da tantissimi anni è coinvolto in un grande processo mediatico. Inizialmente era coinvolto come vittima e comunque questo è un peso: vivere in una casa in cui i giornalisti tutte le mattine passano lì davanti non è qualcosa da poco.
Adesso è coinvolto come presunto carnefice, come bersaglio gratuito che chiunque può diffamare. Marco non è in una clinica. È un ragazzo normale, che lavora, che segue… legge come tutti i giornali, legge gli atti processuali come faceva all’epoca”.