Gentile Direttore Feltri,
Le confesso che sono sconcertato dalla notizia che i fatti di Rogoredo possano avere una lettura ben diversa da quella che immaginavamo. Fino a pochi giorni fa sapevamo che un poliziotto, a cui uno spacciatore aveva puntato una pistola contro (poi rivelatasi una pistola giocattolo ma difficile da distinguere da una vera), si è difeso legittimamente sparando e, purtroppo, uccidendo lo spacciatore. Adesso sappiamo che questo agente non ha chiamato subito i soccorsi ma diversi minuti dopo, dicendo però ai colleghi di avere allertato i sanitari. Sappiamo anche che su quella pistola finta non ci sono impronte della vittima, o no? Che è stata messa lì, accanto al cadavere, dal poliziotto stesso. Così pare. Questa vicenda non fa altro che screditare le forze dell'ordine in un momento storico delicato. Lei cosa ne pensa?
Federico Brandi
Caro Federico,
una premessa: leggendo la tua lettera mi trovo in piena sintonia con il sentimento di disorientamento che esprimi di fronte alla drammatica vicenda di Rogoredo. Sono fatti che scuotono, che inducono a porsi domande e a temere che qualcosa di profondamente sbagliato si sia verificato. Ecco il punto: quando si tocca l'idea stessa dello Stato, della sua funzione e della sua legittimità, occorre essere molto chiari, molto rigorosi, molto cauti. Perché si rischia di gettare benzina su un fuoco che può fare più danni della stessa vicenda contestata. Tu riassumi gli elementi finora noti: un poliziotto che, inizialmente descritto come vittima di una pistola puntata da uno spacciatore armato (poi rivelatosi giocattolo difficilmente distinguibile da uno vero), si sarebbe difeso, uccidendo l'uomo. Successivamente emergono dubbi su alcune sue condotte, ovvero ritardo nel chiamare i soccorsi, possibili rapporti controversi con pusher della zona, una dinamica che sembra contraddittoria. Questi elementi sono inquietanti?
Sì, lo sono. Eccome. Sono sufficienti, però, per decretare che tutta la polizia è corrotta? No, assolutamente no.
Il diritto penale occidentale si basa sulla presunzione di innocenza. Questo non è un'escusante per il colpevole: è una salvaguardia per tutti. Prima della sentenza, prima di tutte le verifiche, prima di ogni processo, non si può affermare che un agente sia colpevole di corruzione o di abuso di potere. Le ipotesi e le suggestioni, incluse le più inquietanti e le più narrative da social, servono soltanto a confondere. Questo non significa minimizzare. Significa rispettare un principio costituzionale fondamentale.
Se dovesse emergere, come alcuni giornali stanno riportando, che il poliziotto in questione abbia avuto rapporti ambigui con spacciatori, abbia utilizzato la divisa per vantaggi personali o abbia coperto comportamenti criminali, allora sì: sarebbe un fatto gravissimo. Un agente che tradisce il mandato di tutela della collettività, che stravolge la funzione pubblica in funzione di relazioni corruttive, tradisce Stato e cittadini. E quanto sarebbe grave? Molto più grave dell'omicidio in sé, perché indica che lo Stato è stato usato come paravento per fini personali. Non è un crimine minore: è un abuso di potere completo. In quel caso, se le accuse venissero confermate, sarebbe corretto dire che non si tratta di un semplice errore ma di un comportamento incompatibile con la funzione pubblica. Da qui a sostenere che l'intero corpo di polizia sia corrotto ce ne corre. Sarebbe un errore enorme di prospettiva. La polizia non è un elemento monolitico: è composta da decine di migliaia di uomini e donne che ogni giorno rischiano la vita per mantenere ordine e sicurezza. Sono loro che stanno in strada, che intervengono nelle emergenze, che cercano criminali veri, che difendono le persone oneste. Nessuna vicenda, nemmeno la più clamorosa, può cancellare questo dato di realtà.
Se un agente sbaglia, se un agente tradisce la funzione pubblica, se un agente commette abuso, allora quell'agente deve essere perseguito, punito e rimosso. Ma ciò non giustifica giudizi globali.
Le mele marce esistono in tutti i corpi sociali. Nella politica. Nella magistratura. Nelle istituzioni pubbliche e private. Nelle imprese. Nelle famiglie. La presenza di casi isolati non trasforma un intero corpo in marcio. Trasforma una situazione in un problema da investigare, non da demonizzare. La vera graniglia del discorso pubblico sta proprio qui: trasformare l'eccezione in regola, la singolarità in norma.
La fiducia nelle istituzioni non è un dogma. Non è cieca. È un dato pragmatico e anche una esigenza: senza fiducia, lo Stato si disgrega.
Quando i cittadini iniziano a pensare che chi indossa una divisa, che chi detiene potere, sia per definizione corrotto, allora si apre la strada alla sfiducia generalizzata, al rifiuto delle regole, alla negazione dell'ordine. E questo non tutela il cittadino onesto. Lo espone di più.
Se c'è un video, se ci sono denunce, se ci sono prove, che emergano. Che si portino in tribunale. Che si analizzino con metodo. Questo è ciò che dobbiamo pretendere. Pretendere verità, non comodi sensazionalismi. Pretendere processi, non sentenze da tastiera. Pretendere fatti, non teorie.
In estrema sintesi, la vicenda è certamente grave. Se confermata, rivela un abuso di potere scioccante e merita piena condanna. Io non difendo il colpevole a prescindere. Difendo il sistema di verifica e accertamento dei fatti. Perché la verità non si costruisce con la rabbia. La verità si costruisce con l'indagine, la prova e il confronto. E in uno Stato di diritto, questo è il solo modo corretto di procedere.
La polizia non è corrotta. È un corpo complesso, con persone perbene e, in rari casi, persone che sbagliano gravemente. Ma vendere l'eccezione come regola è un altro abuso. Ed è un abuso più facile da fare di quanto si immagini.