Addio tavolate multietniche. Sala "scopre" il caos migranti

Contrordine compagni salottieri: i migranti non sono più una risorsa, ma - anzi - sono divenuti un problema di sicurezza

Addio tavolate multietniche. Sala "scopre" il caos migranti
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Contrordine compagni salottieri: i migranti non sono più una risorsa, ma - anzi - sono divenuti un problema di sicurezza. La retromarcia è partita con una decina di anni di ritardo ed è stata innestata da Giuseppe Sala - sindaco di Milano, capitale italiana della sinistra radical chic tutta paillettes e buonismo - dopo l'aggressione alla stazione di Lambrate e di Milano Centrale. Un risveglio improvviso che, dopo anni di lassismo, ha l'odore acre dell'opportunismo.

Perché durante le sue sindacature il primo cittadino non se ne era mai occupato: troppo distratto a tagliar nastri, edificare piste ciclabili, innalzare grattacieli, inaugurare saloni del mobile, indossare calze color arcobaleno, multare e criminalizzare gli automobilisti e prestare il volto ai videoclip dei Club Dogo. Non solo non si batteva contro l'arrivo indiscriminato di immigrati clandestini: li incentivava. Insomma, più che a un contrordine siamo di fronte a un testacoda, tardivo ed ovviamente elettorale. Perché, quando aprire all'immigrazione indiscriminata era à la page, Sala era in prima linea e spacciava la nascente casba meneghina come un modello da esportazione: «Ecco, mai come in questo momento Milano sta dando un grande esempio di generosità e accoglienza, con la consapevolezza che i gesti concreti superano i proclami e le polemiche», annunciava, tronfio, nel 2016.

Due anni dopo - nel 2018 - sosteneva di essere l'anti Salvini rilanciando «il modello Milano, perché funziona», dopo aver organizzato una tavolata multietnica di 2,5 chilometri al parco Sempione. Era la lunga coda del boldrinismo elevato a pensiero unico dominante, dei porti spalancati a tutti, del «problema immigrazione» snobbato e declassato a bega elettorale, dell'«emergenza sicurezza» ridotta a paranoia da palazzone di periferia. E, probabilmente, allora, era davvero così: Sala e la sinistra che non esce dai centri storici e dalle zone a traffico limitato non avevano percepito il fermento sociale che sobbolliva nella carne viva del Paese. Erano, ieri come oggi, distanti anni luce dalle esigenze dei cittadini e sommamente impegnati in lunghi e ombelicali dibattiti sui destini del progressismo, fintamente preoccupati per gli abitanti degli angoli più sperduti del mondo e sinceramente disinteressati ai loro concitati concittadini colpevoli di abitare a 5 o 6 chilometri da piazza del Duomo. «Milano come modello»: nel 2024 sembra una vignetta di Osho o una battutaccia, ma allora lui ci credeva veramente. E due anni dopo rincarava la dose cercando il sorpasso progressista al Pd: «Restituirò ai migranti i diritti tolti, da Milano la nuova sinistra, è da qui che può ripartire una nuova idea di società», tuonava in Piazza della Scala nel 2020 dopo aver giurato guerra ai decreti sicurezza (quella che ora reclama a gran voce) del leader del Carroccio.

Posizioni che Sala ha mantenuto invariate dal momento del suo insediamento, nel 2016, fino a pochi giorni fa, quando un marocchino irregolare ha ridotto in fin di vita l'agente

Christian Di Martino, alzando il velo su una città che ormai è fuori controllo.

Far ricadere la colpa di tutto questo solo sul sindaco sarebbe sbagliato, ma credere alle sue lacrime di coccodrillo sarebbe ancor più sciocco.

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