Politica estera

Dittature e compromessi

Che la natura di Vladimir Putin fosse quella di un dittatore, spietato contro chiunque gli crei problemi, gli remi contro, o metta in discussione la sua leadership, non c'era certo bisogno dell'attentato a Prigozhin per scoprirlo

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Che la natura di Vladimir Putin fosse quella di un dittatore, spietato contro chiunque gli crei problemi, gli remi contro, o metta in discussione la sua leadership, non c'era certo bisogno dell'attentato a Prigozhin per scoprirlo. Le cronache del passato e di quest'ultimo anno e mezzo sono piene di uccisioni di oppositori e di oligarchi finiti in disgrazia al Cremlino, eliminati o perché hanno scambiato la marmellata con il polonio, o perché si sono improvvisati tuffatori gettandosi da una scogliera, o perché credendosi uccelli hanno spiccato il volo da una finestra. Morti paradossali che hanno il tratto comune di contenere un unico messaggio dello Zar alla Russia e al mondo intero: al Cremlino comando io. Lo stesso che aveva recapitato per trent'anni lo scorso secolo Stalin, la figura più prossima a Putin per formazione e filosofia: in fondo per azzardare un paragone - magari esagerato - lo Zar ha fatto fuori Prigozhin perché aveva osato dipingersi come più nazionalista di lui, allo stesso modo in cui Stalin che fece fuori Trotsky perché si considerava più comunista di lui. Il culto della personalità non ammette concorrenza.

Un messaggio che con l'eliminazione di tutto lo stato maggiore delle milizie della Wagner ha raggiunto il suo apice. Di Prigozhin, il cuoco che Putin trasformò in un capo militare, che si era ribellato a lui e aveva osato marciare su Mosca, sono rimasti solo i resti carbonizzati tra le rovine di un aereo. Un'esecuzione spietata, accompagnata secondo il rituale del Cremlino dalle condoglianze dello Zar alla famiglia: «Uomo di talento ma dal destino difficile». Due parole e Prigozhin è stato cancellato.

E insieme a Prigozhin sono venute meno anche le illusioni di chi pensava di risolvere il conflitto con l'Ucraina eliminando Putin. Progetti accarezzati per mesi e mesi, sogni di destabilizzare la Russia, che a quanto pare non hanno basi perché un regime basato sul terrore o lo spazzi via, o non lo cambi. Guerra o pace che sia, l'Occidente dovrà vedersela con l'attuale inquilino del Cremlino. È una realtà di cui è obbligato a prendere atto così come Putin, con il fallimento dell'operazione speciale, vuoi o non vuoi dovrà fare i conti con Zelensky.

Così è venuto meno uno dei possibili epiloghi del conflitto. Ed è quello che interessa a noi, perché pone un interrogativo: quando arriverà il momento, quando l'esito sul campo di battaglia segnalerà un insormontabile stallo, si potrà raggiungere un compromesso con un personaggio come Putin? La real politik offre una sola risposta: sì. Perché un dittatore o hai la forza di eliminarlo (Saddam), o ci scendi a patti (Stalin a Yalta). Solo che se non puoi fidarti, devi garantirti. Non potrà essere una riedizione degli accordi di Minsk. Con certi interlocutori le intese che nascono solo dalla diplomazia sono scritte sull'acqua. È possibile solo un equilibrio basato sulle armi, sui rapporti di forza (appunto Yalta). Ecco perché, gira che ti rigira, l'unica garanzia per l'Ucraina è l'ingresso nella Nato.

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