Professionisti: c'è una crepa nella previdenza

Che siano private o privatizzate, le Casse di previdenza dei professionisti italiani (1,7 milioni di individui) svolgono un ruolo pubblico

Professionisti: c'è una crepa nella previdenza

Sono nel capitale della Banca d'Italia e c'è chi le vorrebbe azioniste anche di Cassa depositi e prestiti. C'è chi le guarda come il salottino buono (e ricco, con un patrimonio di 104 miliardi di euro) da affiancare alla declinante finanza italiana. C'è chi invece le considera, più cinicamente, uno degli ultimi limoni da spremere nel perimetro pubblico. Che siano private o privatizzate, le Casse di previdenza dei professionisti italiani (1,7 milioni di individui) svolgono un ruolo pubblico. Sono il primo pilastro della previdenza di questa diversificata platea fatta di medici, avvocati, geometri, commercialisti, farmacisti, biologi eccetera cui devono pagare la pensione. Quando l'Inpgi (la Cassa di previdenza dei giornalisti) alzò bandiera bianca, diventando un fondo dell'Inps, c'è chi cominciò a temere che fosse solo l'inizio. Altri lo hanno addirittura sperato. Poche settimane fa, in audizione alla Bicamerale di controllo sugli enti previdenziali, Mauro Maré ha avuto il pregio di parlare chiaro: «Quando vengono meno gli attivi, quelli cioè che pagano i contributi, si può avere qualunque idea politica, o filosofica, ma resta il problema dell'equilibrio dei conti. E il medesimo rischio dell'Inpgi ce l'hanno altre Casse».

Maré, presidente di Mefop, la società del Mef che promuove cultura e gestione nel sistema dei fondi pensione, non ha fatto i nomi delle Casse nel mirino, ma qualche azzardo lo si può fare, sia guardando i conti sia misurando la consistenza delle platee degli iscritti: l'inverno demografico gela anche le nascite dei professionisti di domani, che siano geometri o notai. E l'evoluzione delle professioni è così rapida e imprevedibile - come si profetizzava qualche anno fa al World Economic Forum di Davos «l'85% dei posti di lavoro che esisteranno nel 2030 non è stato ancora inventato» - che pensare all'inamovibilità professionale dell'ingegnere o dell'agronomo, è pia illusione.

I piccoli numeri non hanno mai fatto bene a nessuno, quando si tratta di scommettere sul futuro, fin dai tempi dell'Alleanza tra Dio e Abramo. «Andate e moltiplicatevi» è un buon consiglio anche per chi si occupa di previdenza. Almeno sei Casse (su 19) hanno un rapporto tra iscritti attivi e pensionati che, già oggi, sfiora il 2 a 1. Se è vero che la soglia dell'1,5 è quella che tranquillizza sul futuro pensionistico nel sistema a ripartizione, vuol dire che lo sguardo a 50 anni, come richiesto dai bilanci tecnici di previsione, non serve a molto. Il presidente della Bicamerale, il deputato leghista Alberto Bagnai, nel corso dell'audizione dell'Adepp (Associazione degli enti di previdenza dei professionisti), è stato anche più esplicito, a proposito dell'affidabilità dei bilanci tecnici di previsione a 50 anni indicati dalla legge del 2011 voluta dal governo Monti (che elevò la soglia da 30 a 50 anni): «Vi chiedo - ha osservato Bagnai dopo aver ascoltato il presidente dell'Enpam, Alberto Oliveti - di quale utilità possano essere delle proiezioni a 50 anni basate sul wishful thinking di istituzioni come la Bce che in tanti anni ci ha dato un'unica certezza: quella di non riuscire a mantenere il tasso di inflazione al 2%. Una analisi sommaria di alcuni bilanci tecnici - ha proseguito il parlamentare - evidenzia errori medi assoluti di oltre un punto su previsioni di due punti, senza alcuna analisi di sensibilità delle previsioni rispetto a errori di questo tipo».

Insomma, se l'orizzonte previdenziale è incerto per tutti (ogni riforma è un ricalcolo delle condizioni di uscita e delle prestazioni promesse), diventa particolarmente instabile per chi fa parte di piccole platee: che tranquillità di prestazione possono avere le poche migliaia di biologi o di periti agrari, finché restano in una Cassa autonoma? Gli stessi notai, che contano poco più di 5.000 iscritti e ormai più di 2.600 pensionati, possono fare conto sull'assegno di pensione o piuttosto sui risparmi privati di una vita? La mutualizzazione del rischio è la premessa di ogni contratto di assicurazione: più siamo meglio stiamo. Che i piccoli numeri siano un problema avvertito lo si vede anche dalla creazione di una Cassa pluricategoriale a cui sono iscritti chimici, attuari, dottori agronomi, forestali e geologi.

Ma a questo punto non è meglio l'Inps, come è accaduto per l'Inpgi dei giornalisti? La stessa supercassa dei medici - Enpam è l'ente numero uno per iscritti, utile e patrimonio - ha dovuto incentivare i professionisti anziani a ritardare il tempo dell'uscita dal lavoro. Ci sono sempre meno iscritti e le prestazioni, nel medio-lungo periodo, potrebbero richiedere qualche aggiustamento. In questo le Casse hanno la loro auspicata autonomia. Decidono in proprio i livelli contributivi, quasi sempre collegandoli al volume di affari denunciati dal professionista in sede di dichiarazione fiscale; e quasi sempre offrono prestazioni proporzionalmente inferiori a quelle di chi, lavoratore dipendente, ha obblighi contributivi (diretti e tramite il datore di lavoro) assai più onerosi.

Quindi tanto patrimonio disponibile da investire nel presente, ma numeri esigui (in termini di platea di iscritti, di lavoratori attivi, di contributi pagati e di prestazioni erogate) per programmare il futuro. Quel patrimonio cospicuo è però la fonte e la garanzia del pagamento delle future prestazioni di primo pilastro, derivante da un'adesione obbligatoria. Ai fondi pensione ci si può iscrivere volontariamente per costruirsi una pensione di scorta, alle Casse l'iscrizione è obbligatoria per i professionisti.

E allora sarebbe lecito aspettarsi un controllo e una vigilanza sugli investimenti: perché entrare nel capitale di questa o quella banca? Perché scegliere quel fondo di investimento o quell'altro? Sono più di dieci anni che si discute di un Regolamento in proposito, che i ministeri vigilanti (Mef e Lavoro) avrebbero dovuto emanare per indicare linee guida alle Casse per i loro investimenti, per metà in attività estere. Non ve n'è ancora traccia, nonostante fosse atteso per la scorsa estate.

La finanza, si sa, è un bel mondo. Offre relazioni autorevoli e privilegiate. Ma l'incrocio tra previdenza pubblica - le Casse fanno questo - e finanza privata è sempre stato un tabù. Qualche anno fa la sola ipotesi che il vertice dell'Inps potesse essere presente nel cda di un grande gruppo assicurativo, indusse Banca d'Italia a intervenire con una esplicita moral dissuasion. Invece le Casse - con il loro cospicuo tesoretto - diventano oggetto di attenzioni per trovare investitori per il mercato domestico (dai titoli del Tesoro alle piccole o grandi imprese in cerca di capitali). E ciò, sotto più di un profilo, è pure auspicabile: è un modo corretto di fare sistema. Senonché nessuno indica delle linee guida per prevenire cattive sorprese negli investimenti. In verità, nel 2014 comparve una bozza in consultazione per la regolamentazione di questa attività, ma le Casse si sono messe di traverso perché in disaccordo sui vincoli quantitativi. Probabilmente la bozza di decreto era un po' troppo bizantina, ma da lì in avanti le Casse hanno sempre fatto una battaglia per non avere alcun tipo di regolamentazione. Il messaggio immutabile che arriva ai ministeri vigilanti è: il patrimonio è mio e lo investo come meglio credo.

Ma perché i fondi pensione, che sono il secondo pilastro, un regolamento sugli investimenti ce l'hanno, e le Casse, che sono il primo pilastro, no? Viste le ambizioni crescenti di avventure nell'alta finanza, forse è tempo di fare qualche riflessione.

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