L'anno in cui i partiti scoprirono la musica

Nel saggio "1980 Una lunga estate italiana" il professor Alessandro Volpi si sofferma su una svolta di costume e politica. Pci e Dc diventarono a tutti gli effetti grandi organizzatori di concerti, a partire dalle Feste dell'Unità e dell'Amicizia

L'anno in cui i partiti cominciarono a occuparsi (anche) della musica

C'è un anno che rappresenta un vero e proprio spartiacque nel rapporto tra la politica italiana e il mondo della musica. Nel 1980, infatti, mentre il terrorismo rosso e nero insaguinava il Paese e l'economia cercava di uscire dai faticosi anni Settanta, per la prima volta i partiti cominciarono a occuparsi di musica, tornarono i grandi concerti e si iniziò, in modo sempre più convinto, ad andare incontro ai gusti popolari, senza più snobismi. Ne parla in modo approfondito Alessandro Volpi, professore di Storia contemporanea all'università di Pisa e autore del libro "1980. Una lunga estate italiana" (Pisa University Press, 2022).

Professore, nel suo ultimo libro ci parla del legame tra la musica e la politica e si concentra su un anno in particolare, il 1980. Perché si può considerare un anno simbolico?

Il 1980, in effetti, rappresenta un’importante linea di demarcazione perché dopo alcuni anni riprendono in Italia i grandi concerti. Tutto il decennio degli anni Settanta era stato caratterizzato dalle interruzioni violente dei concerti, a cominciare da quello dei Led Zeppelin nel luglio del 1971, fino a Lou Reed e poi a Santana. Venire a suonare in Italia era considerato pericolosissimo perché il movimento degli 'autoriduttori', che voleva la musica gratis, forzava i cancelli e interrompeva i concerti, creando situazioni pericolosissime per gli stessi artisti. Così, in pratica dal 1977, non era approdato più nessuno nel nostro paese. Già nel 1979 si era avuto un parziale cambiamento con l’arrivo di Patti Smith e con i tour di Dalla e De Gregori e di De André e Pfm. Ma fu nel 1980 che si ebbe una vera e propria esplosione di concerti; arrivarono i Police, i Talking Head, Bob Marley, Lou Reed, i Clash e tanti altri, mentre riprendevano anche i tour dei cantautori. Era evidente che il clima era cambiato, l’ideologizzazione della musica stava attenuandosi e il pubblico, in particolare quello dei giovani, voleva tornare a partecipare ai grandi eventi che, per la prima volta, si svolgevano negli stadi, a cominciare da San Siro. I grandi partiti avevano cominciato a capire che proprio le star della musica erano lo strumento per avvicinare i giovani, ormai lontani dalle forme di militanza, e dunque iniziarono ad occuparsi di musica con maggiore attenzione, riconoscendone l’importanza 'politica' e soprattutto accettando la volontà degli stessi artisti di essere 'indipendenti', di non dovere esprimere una preventiva adesione alle posizioni dei partiti stessi".

Lei distingue tra la Dc, che sposa la disco music, e il Pci che invece predilige i cantautori e la musica impegnata. Gli altri partiti, invece, come erano collocati?

"Il Partito socialista aveva posizioni non dissimili dal Partito comunista, ancora alla fine degli anni Settanta. È interessante rilevare che, nonostante la grande passione di alcuni esponenti socialisti per le discoteche, come nel caso di Gianni De Michelis, la Federazione giovanile socialista criticasse la disco music e dichiarasse a più riprese l’esigenza di una musica italiana 'impegnata', guardando con attenzione ai cantautori e alla musica d’Oltreoceano. Molto sensibili ai nuovi fenomeni musicali giovanili erano i radicali che, del resto, a differenza della Sinistra, avevano seguito da tempo i grandi interpreti del rock e del pop, a cominciare da Frank Zappa".

Woodstock nell’agosto 1969 fu un concerto simbolo della contestazione giovanile. Nel periodo da lei preso in esame ci fu qualche concerto che si può definire, per certi versi, una pietra miliare?

"Due concerti sono stati particolarmente rilevanti nel 1980. Quello di Bob Marley a San Siro di fronte a 100 mila paganti e quello dei Clash a Bologna. Nel caso di Marley si trattava della prima volta che lo stadio milanese veniva concesso per un concerto; una scelta voluta dalla giunta di Carlo Tognoli proprio per accogliere una sterminata massa di giovani senza incidenti e con prezzi accessibili. Il timore delle tensioni, infatti, era forte, tanto da indurre gli organizzatori a chiedere un appoggio al servizio d’ordine del Movimento studentesco; un intervento che non fu necessario perché tutto si svolse nella massima tranquillità, a dimostrazione che i tempi erano cambiati. Peraltro il concerto vide l’impegno delle Radio libere milanesi e rappresentò una vera e propria festa cittadina. A Bologna i Clash erano stati reclutati dall’Amministrazione comunista di Renato Zangheri che intendeva con tale concerto ristabilire un rapporto con i giovani, divenuto sempre più difficile, ma l’iniziativa fu duramente contestata dall’estrema sinistra, dagli anarchici e dai punk bolognesi che accusavano il gruppo di Strummer di essersi 'venduto' al Partito comunista".

Alla Festa nazionale dell’Unità così come a quella dell’Amicizia, un tempo si faceva a gara per organizzare concerti di grosso richiamo. Oltre all’esigenza commerciale (portare spettatori alle kermesse dei partiti) cosa c’era davvero dietro?

"C’era la volontà, già accennata, di 'conquistare' il pubblico giovanile, nella convinzione che solo gli idoli della musica avessero questa forza. La Democrazia Cristiana tenne la sua prima 'festa dell’Amicizia' nel 1977 con l’intento di disporre di un grande strumento di mobilitazione dei militanti, sul modello della festa dell’Unità, e fin da subito inserì nel cartellone artisti di primissimo piano, spesso scegliendo i beniamini della televisione. L’idea era quella di 'avvicinare' i leader politici e i grandi divi presentandoli come parte di una medesima manifestazione, di un gigantesco spettacolo che doveva colpire i militanti e farli sentir parte di una grande forza politica che disponeva di un linguaggio decisamente più comprensibile e 'popolare'. Anche il Partito Comunista, dal 1980, si aprì ai grandi artisti nazionali e internazionali che disponevano del favore del pubblico, senza preoccuparsi, come nel recente passato, della fedeltà ideologica; in questo senso si riducevano gli spazi per la Nuova Compagnia di Canto Popolare e per gli Inti illimani e trovavano spazio i Genesis e Miguel Bosè, che, naturalmente, era presente anche alla festa dell’Amicizia".

Nel suo lavoro parla del superamento delle “liste di proscrizione” del Pci (ad esempio quelle contro Elvis Presley) e dell’abbandono, da parte della Dc, dell’atteggiamento iper moralistico, per quanto riguarda i testi delle canzoni e il linguaggio del corpo (ballo, seduzione, ecc.). La mossa mirava ad avvicinare i giovani, possiamo supporre. Solo questo?

"Sì, il tentativo principale era quello di parlare ai giovani; ormai il richiamo ai simboli non bastava più, non era sufficiente citare i grandi slogan dell’ideologia o gli eroi del comunismo. Portare De Gregori, Vecchioni, Venditti alle feste dell’Unità significava qualificarli come vicini al partito e dunque indicarli come 'testimonial' della sua capacità di parlare linguaggi nuovi. La Democrazia cristiana scelse in modo particolare la moda della discoteca come strumento di coinvolgimento giovanile, sposando da subito il 'travoltismo' e anche un certo tipo di seduzione femminile per attrarre i giovani che ancora frequentavano le parrocchie. Scelse, soprattutto, nelle proprie feste un format molto televisivo che faceva il verso al nuovo Sanremo di Claudio Cecchetto e al Festivalbar".

L’avvento della tv commerciale, che ha cambiato anche quella pubblica in una corsa spasmodica all’audience, come ha cambiato l’approccio dei partiti alla comunicazione?

"La televisione commerciale ha accentuato i caratteri che già la Rai andava esprimendo a partire proprio dal 1980; una dimensione sempre più popolare, dove la musica degli artisti internazionali e dei cantanti aveva maggiore spazio. Sul piano politico è interessante notare che Berlusconi tradusse in un linguaggio molto efficace quella spettacolarizzazione della politica che proprio le feste dell’Amicizia e dell’Unità avevano posto in essere. La centralità del divo musicale, divenuto l’interprete più efficace del consenso dei partiti, veniva 'sistematizzata' e resa organica proprio dal linguaggio del berlusconismo che su questo basò una parte rilevante della sua fortuna politica. In fondo all’origine dello show del creatore delle televisioni private c’era l’esperienza nazionalpopolare delle feste dell’Amicizia".

Commenti