Entrano nel secondo giorno le operazioni di ricerca lanciate da Washington per recuperare il pilota del jet F-15E Strike Eagle abbattuto ieri nei cieli iraniani. La Casa Bianca e il Pentagono, che alla vigilia del venerdì nero per le forze Usa avevano affermato di aver ottenuto il controllo di fatto dello spazio aereo dell’Iran, attendono con il fiato sospeso aggiornamenti sulla delicata missione in territorio nemico. Che ha una lunga storia alle spalle.
Le prime operazioni di ricerca e soccorso risalgono ai tempi della prima Guerra Mondiale quando i piloti effettuavano atterraggi improvvisati in Francia per recuperare i compagni abbattuti. Le origini delle unità di soccorso aereo dell’esercito Usa risalirebbero però al 1943, quando due chirurghi militari si paracadutarono nell’allora Birmania per soccorrere i soldati feriti. Il primo salvataggio con elicottero al mondo ebbe luogo un anno dopo quando un tenente statunitense trasse in salvo quattro soldati da dietro le linee giapponesi. Le moderne operazioni di ricerca e soccorso (Csar, Combat Search and Rescue) hanno però avuto inizio durante la guerra del Vietnam e da allora sono note in gergo come Sandy.
Le missioni Csar sono tra le più complesse e urgenti che un esercito possa organizzare. Negli Stati Uniti unità d’élite dell’aeronautica militare sono addestrate specificamente per operazioni di questo tipo in ambienti ostili e, non a caso, vengono dispiegate preventivamente in prossimità di zone di conflitto dove gli aerei potrebbero finire sotto il fuoco nemico o precipitare al suolo per malfunzionamenti o errori umani.
Non c’è intervento militare americano all’estero che non contempli la predisposizione di missioni Csar. Tali operazioni vengono spesso condotte da elicotteri, nello specifico Black Hawk, con il supporto di aerei C-130 per il rifornimento in volo e altri velivoli, tra questi F-22, F-15 e F-16, pronti a condurre attacchi e a pattugliare la zona. A bordo degli elicotteri ci sarebbero paracadutisti pronti a ricevere l’ordine di lanciarsi a terra per rintracciare l’equipaggio disperso. La loro missione si riassume nel motto: “facciamo queste cose affinché altri possano vivere”.
A facilitare l’individuazione dei militari in territorio ostile ci sarebbe un trasmettitore agganciato ai seggiolini eiettabili. I piloti che finiscono dietro le linee nemiche sono solitamente dotati di una radio criptata, una pistola con alcuni caricatori di riserva, un kit medico e barrette energetiche. Nel 1995, al tempo della guerra in Bosnia, i Marines Usa intrapresero un’operazione di salvataggio per recuperare un pilota di caccia disperso, il capitano Scott F. O’Grady, rintracciato proprio grazie ai segnali della sua radio.
Fu meno fortunato il pilota Ronald Young Jr, abbattuto nei cieli iracheni nel 2003, il quale, assieme al suo copilota David Williams, fu ritrovato dai nemici e incarcerato come prigioniero di guerra per 23 giorni. Rievocando l’abbattimento del suo aereo Young ha raccontato al New York Times che in una situazione del genere “non riesci nemmeno a capire cosa ti sta succedendo. Ti danno la caccia. Cercano di ucciderti. E ti rendi conto che vuoi solo restare vivo”. Dopo essere stati abbattuti, dichiara Young, comincia una battaglia esistenziale tra istinto e coscienza. Uno stato emotivo di cui le unità d’élite sulle tracce dei compagni dispersi sono assolutamente consapevoli.
Una volta individuati i piloti dispersi, i paracadutisti schierati a terra prestano, se necessario, assistenza medica, e, dopo aver eluso il nemico, raggiungono un luogo dove completare il recupero. Definire angosciante e incredibilmente pericoloso una situazione di questo tipo è “un eufemismo”, dichiara un ex comandante di uno squadrone di paracadutisti in un’intervista a Cbs News.
A sottolineare la delicatezza e l’urgenza di ogni missione di ricerca e soccorso è la probabilità concreta che le forze nemiche siano dispiegate nella stessa area dove si cerca di localizzare il personale Usa disperso.
Il notevole quantitativo di unità, a terra e in aria, schierate da Washington moltiplica i rischi che qualcosa possa andare storto e sfociare in un disastro dalle conseguenze incalcolabili. Uno scenario che in queste ore il Pentagono, già in difficoltà per la resistenza dimostrata dal regime di Teheran ad oltre un mese dall’inizio del conflitto, cerca a tutti i costi di scongiurare.