Nella notte di Caracas, punteggiata di spari e di bargigli di fiamma, assieme alla Delta Force statunitense impegnata ad arrestare Maduro, è sbarcato anche Carl Schmitt. Profeta, sovente inascoltato, di una verità tanto scomoda quanto lineare; la forza, quella armata, non si è mai davvero ritirata dal palcoscenico della storia e per quanto si sia cercato di occultarla nella piramide stratificata di Costituzioni, convenzioni internazionali, patti, Corti, è essa, come sempre, decisore di ultima istanza. Affermazione sovrana in quel caos che è lo stato di eccezione, per dirla proprio con una delle più note e abusate frasi di Schmitt. Schmitt, uno dei pochi, assieme al nostro Santi Romano, a essersi interrogato sul caos, quale fattore pre-giuridico capace di spazializzare la costruzione di poteri e di nuovi ordinamenti. E quindi, in questa epoca di caos assoluto, quale migliore interprete? Lo hanno capito, da tempo, i giovani intellettuali cinesi che copiosamente si abbeverano alla fonte del giurista di Plettenberg. Lo hanno capito i giuristi e i teorici politici post-liberali americani: ad esempio Adrian Vermeule che prima di approdare al suo Common Good Constitutionalism, profondamente debitore di una visione teologico-politica, ha letto il sistema americano attraverso il prisma di Schmitt. Lo ha fatto ad esempio in Demystifying Schmitt, in compagnia di Eric Posner, o nel precedente Our Schmittian Administrative Law. Non appare casuale che la University of North Carolina inaugurerà nella primavera 2026 la prima cattedra di teologia politica, retta da David Decosimo: in questo caso, non in senso schmittiano ma pre-schmittiano, cioè andando direttamente alla scaturigine del ruolo e del pensiero della teologia bellica, da Grozio a Francisco de Vitoria, i quali tanto avrebbero poi punteggiato la riflessione schmittiana nel cuore de Il nomos della terra, e leggendo in combinato la legge religiosa, cristiana, ebraica, islamica, e quella giuridica.
In queste settimane, tanto confuse quanto affascinanti, sono stati pubblicati tre libri che pur nelle loro diversità, di approccio, di sensibilità e di formazione degli autori, sono accomunati dalla riflessione sul ruolo e sul peso della forza, dell'hard power. Il primo, di Roberto Arditti, è proprio Hard power. Perché la guerra cambia la storia (Giubilei Regnani), titolo indigesto per i palati anestetizzati dall'illusione che il diritto possa aver sterilizzato il ricorso alla violenza e alla sopraffazione. Un'illusione che la recente Strategia di sicurezza nazionale americana ha sepolto sotto il realismo flessibile, ovvero l'opportunismo strategico, e la pace attraverso la forza. Arditti pone come monito di apertura del volume due frasi, una di von Clausewitz e una di Mao: ed è la guerra, Polemos padre di tutte le cose, a snudarsi alla viva luce del sole, liberata dall'ibernazione in cui era stata fatta precipitare. Omaha Beach, Hiroshima, Dresda, la carne umana incenerita, l'esibizione, alla Sebald di Storia naturale della distruzione, di una deterrenza attraverso scientifica brutalità. Ci sono, in questo utilissimo breviario, vicende storiche e biografiche, Hitler e Putin, Gheddafi e Assad, Kim Jong-un e il suo Stato arsenale, le avventure belliche in Africa, perché come avverte opportunamente Arditti "è necessario parlare di Africa". Ha ragione, lo han capito bene i cinesi lettori di Schmitt che in Africa si sono inoculati con la loro Belt & Road Initiative, spunto mercatorio e soft power ma cinto dalla potenza della violenza post-coloniale.
Altro libro di assoluto interesse è Geopolitica costituzionale. Una introduzione (Il Mulino), di Renato Ibrido. Innanzitutto, il volume spezza il pudore nutrito dagli studiosi di diritto pubblico nei confronti della geopolitica e della forza: un paragrafo come La "costituzionalizzazione" dell'egemonia, in cui troviamo la riflessione di Morgenthau, di Ikenberry e quella schmittiana germinata dalla cella dentro cui lo avevano sbattuto i vincitori della II guerra mondiale, non è pasto semplice per la confortevole persuasione nutrita da molti giuristi. Il diritto ci protegge da tutto, si crede, ma così pensando si oblia la tragica realtà di una decisione politica che proceduralizza e trasforma in norma quel conflitto che Santi Romano aveva affrescato nella sua prolusione pisana sulla crisi dello Stato moderno e che Schmitt descriverà ne Le categorie del politico. Ibrido si sofferma inevitabilmente sulla opacità della geopolitica, sospesa tra scienza e dottrina di legittimazione coloniale o imperiale. E poi sui "classici" per la edificazione di una geopolitica costituzionale, passando in rassegna i testi e le teorie fondanti della società internazionale, il realismo politico, lo jus publicum europaeum, l'utopia di Cosmopolis, su cui ogni tanto alcuni teorici si baloccano con occhi sognanti, il Bull della società anarchica e la via inglese alle relazioni internazionali. E c'è poi, tornando a Schmitt, una vasta parte su Stato, Impero, Grande Spazio, canoni fondanti che nel cuore di una frammentaria globalizzazione e di una palese iper-regionalizzazione del mondo appaiono sempre più centrali. D'altronde in questa nostra inerte Europa, la tentazione imperiale l'aveva suggerita pure Alexandre Kojève, nel suo L'impero latino, che oggi si trova ne Il silenzio della tirannide (Adelphi), dopo tormentata vicenda editoriale visto che Kojève stesso si era in certa misura vergognato di alcuni accenti ferocemente anti-tedeschi presenti nel testo. L'ultimo libro infine è Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati (Egea) di Luca Picotti: in questo caso ci troviamo davanti ad un'ulteriore declinazione dell'utilizzo della forza, nella sua sublimazione incarnata da geo-diritto e lawfare economico, ovvero del fare la guerra e gestire in maniera vigorosa le relazioni internazionali e il potere attraverso il diritto.
Picotti, uno dei massimi esperti italiani di Golden Power, ci ricorda come e quanto a partire dal 2020, ovvero dalla cospirante egemonia dei meccanismi sorti da post-pandemia, guerra e competizione serrata tra le potenze di ciò che Alessandro Aresu definisce "capitalismo politico", la globalizzazione stessa sia finita sotto assedio e con essa le relazioni internazionali. Lo si è visto in Ucraina. Lo si è confermato a Caracas.