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Forte e imprevedibile. Vita di Grettir, l'"enfant terrible" del Grande Nord

Arriva in italiano la più celebre saga islandese: al centro, un Ulisse vichingo

Forte e imprevedibile. Vita di Grettir, l'"enfant terrible" del Grande Nord

L'Islanda è stata l'America dei vichinghi anche se poi i vichinghi arrivarono davvero alle coste dell'altro continente chiamandolo Vinland. Ma è l'Islanda la terra in cui, provenendo dalla Penisola scandinava, approdarono in modo massiccio creando un altrove dove cercare fortuna. Una terra anche di miti, di leggende cristallizzatesi nei secoli, anche grazie all'incontro tra la cultura pagana dei primi coloni e la diffusione del cristianesimo attraverso il monachesimo irlandese. Tra i molti miti e saghe nati nell'isola che ha dato le origini a Erik il rosso ora arriva nelle librerie italiane per i tipi di Iperborea la Saga di Grettir il forte (pagg. 432, euro 20), un vero classico, seppure tardivo, della letteratura norrena.

Come spiega il curatore Fulvio Ferrari, Grettir Ásmundarson, poeta, fuorilegge e uccisore di mostri, è ancora oggi uno dei personaggi più noti e amati, in Islanda, tra quelli che popolano le saghe. Un uomo con questo nome è sicuramente vissuto nei primi decenni dell'XI secolo. Anche levando il velo epico creato da poeti e narratori che l'hanno trasformato in un eroe, dobbiamo immaginarcelo come un individuo peculiare e difficilmente incasellabile. La sua fama del resto riecheggia anche in altre saghe come la Saga di Björn o la Saga di Gísli, risalenti al XIII secolo. Nonostante la sua popolarità, infatti, Grettir si è visto dedicare la sua saga personale, la data non è certa, solo nel XIII secolo. Il successo di questo testo che riuniva una tradizione orale più antica però fu immediato e duraturo tanto da farne uno dei capisaldi della letteratura islandese.

Ma cosa si trova davanti il lettore nella traduzione dall'islandese di Cristiano Vecli? La narrazione ha una struttura tripartita. Una prima parte, tredici capitoli, narra le imprese degli antenati di Grettir. C'è Õnundr detto Piè d'albero, visto che ha pensato bene di farsi tagliare una gamba in una battaglia navale. È il bisnonno di Grettir e un vero vichingo (nel senso originario della parola: razziatore) che zampettando sulla sua protesi di legno vive tantissime avventure. Un tranquillone invece suo figlio Porgrímr Testagrigia, a parte la faida col vicino Flosi Eiriksson. Il padre di Grettir, Ásmundr è invece un borghesone tutto commerci e fattoria. Insomma un bel sunto di tutte le anime che potevano convivere nella società norrena, dove un po' si fa strage, un po' si coltiva e un po' si compongono raffinate poesie mentre si commercia con chi si è rapinato una generazione prima. Poi arriva l'imprevedibile Grettir subito presentato dal narratore per l'incredibile combina guai che è: "In giovinezza si dimostrò prepotente, taciturno e scortese, e creava continuamente problemi, sia per quel che diceva che per quel che faceva". Un vero enfant terrible del mondo vichingo, che non ci mette molto a piantare un'ascia in testa ad un povero disgraziato per un litigio su una sacca di provviste. Seguono moltissimi capitoli in cui si susseguono le avventure di questa testa matta, quasi un Ulisse nordico, che passa dalle attività di un fuorilegge a quello dello sterminatore di mostri, il tutto con una certa propensione a raccontare le sue avventure a colpi di versi - un po' come fa fare Tolkien, che questa letteratura conosceva bene, ai personaggi de Il signore degli anelli - e di kenningar (metafore poetiche che erano la gioia degli skald, ovvero i poeti).

È proprio questo essere un eroe sopra e sotto le righe della normale partitura mitica ad aver reso Grettir amatissimo. Grettir cerca di procurarsi del fuoco per scaldare i compagni di viaggio sulle coste della Norvegia dopo la tempesta? Il risultato è l'incendio di una casa e la morte di tutti i suoi abitanti che lo perseguiterà per tutta la vita. Infatti come Ulisse Grettir non riesce a trovar pace e i suoi incontri con il soprannaturale sono spesso funesti. Scritta in un'epoca in cui l'Islanda era ormai cristiana da secoli ma i vecchi miti sopravvivevano sottotraccia la saga è un'ottima cartina tornasole di questa stratificazione. I vecchi dèi sono demonizzati e Grettir è colui che è in grado di sconfiggerli, pur pagandone caro il prezzo: con la maledizione che lo porterà verso la morte, su un'isola solitaria, circondato da troppi nemici, e indebolito dalle arti di una strega. Il tutto in una battaglia di una violenza e di una ferocia spropositata, tanto da far sembrare le scene più cruente della serie Vikings, un prodotto per educande vittoriane.

E qui si innesta la terza parte del volume che ci porta sino al Mediterraneo e a Costantinopoli, dove il fratellastro di Grettir riesce finalmente a vendicare la sua uccisione non senza una sciarada carica di avventure e seduzione. Per lettore islandese e in generale del mondo nordico un'escursione verso il meravigliosamente lontano: un bagno di esotismo.

Nel mezzo non mancano mezzi troll, siparietti sensuali o romantici (soprattutto nell'ultima parte della saga), stralci poetici o situazioni comiche e paradossali.

Insomma una saga-mondo che immerge il lettore in una società ancestrale ma non certo primitiva, anzi per certi versi globale e modernissima. Una società sospesa tra la terra e il mare, il cristianesimo e il paganesimo, la violenza e la raffinata poesia, il mito e il buon senso dei mercanti scafati. Da leggere perché distantissima dai classici della letteratura mediterranea, eppure per certi versi così simile. Una delle vere chicche sono i sempre stupefacenti kenningar di cui scrivevamo prima.

"La danza delle asce" per dire la guerra, "il promontorio del bracciale" per dire il braccio... La perizia linguistica dei vichinghi è stupefacente, da poeti surrealisti più che da cantori (skald in norreno) in stile omerico.

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