Caro direttore Feltri,
vorrei sapere la sua riguardo il cosiddetto consenso libero e attuale. La sinistra urla allo scandalo perché la maggioranza non ha
introdotto questa innovazione, sebbene sembrava ci fosse un accordo Meloni-Schlein in tal senso. È un bene o un male che non venga precisato il concetto di consenso?
Manuela Ferrari
Cara Manuela,
il dibattito sul cosiddetto consenso libero e attuale è uno di quei casi in cui la politica riesce a fare molto rumore attorno al nulla, con l'aggravante di produrre confusione laddove servirebbero chiarezza e rigore. Cominciamo da un punto fermo, che pare sfuggire a molti: nel nostro ordinamento la violenza sessuale è già un reato grave, severamente punito, e non esiste alcun vuoto normativo da colmare. Lo ripeto: la legge punisce già lo stupro e lo stupro, quindi, è già considerato un crimine atroce. Chi stupra va in galera, giustamente. Le leggi ci sono, funzionano e consentono di reprimere e sanzionare comportamenti criminali. L'introduzione di una formula come quella del consenso libero e attuale non avrebbe aggiunto alcuna tutela concreta alle vittime, ma avrebbe avuto un unico effetto pratico: complicare ulteriormente l'attività dei tribunali, già soffocati da un carico di cause enorme, e aprire la strada a un contenzioso infinito basato su concetti
vaghi, indimostrabili, elasticissimi. Mi chiedo infatti come si immagini, nella mente dei suoi sostenitori, la prova del consenso. Dovremmo forse trasformare ogni rapporto sessuale in una sorta di pratica notarile? Fermarsi ogni cinque minuti per rinnovare l'assenso? Redigere un verbale, magari controfirmato? Registrare l'atto, con tanto di liberatoria sulla privacy? Il paradosso è evidente, ma sembra non turbare chi vive di slogan. Il rischio più serio di una simile impostazione è un altro: spostare l'onere della prova. Invece di accertare un reato, si finirebbe per chiedere all'accusato di dimostrare di non averlo commesso, ribaltando un principio cardine dello Stato di diritto. Una norma che facilita l'accusa e rende più difficile la difesa non è una norma di civiltà, ma un passo verso l'arbitrio. Non si tratta, sia chiaro, di minimizzare la violenza sessuale né di negare la sofferenza delle vittime. Al contrario: è proprio per rispetto verso di loro che bisognerebbe evitare leggi simboliche,
scritte per appagare una parte dell'opinione pubblica e per offrire alla sinistra l'ennesima bandierina ideologica da sventolare.
Confesso di essere rimasto perplesso, in passato, anche solo all'idea che il centrodestra potesse accodarsi a una simile impostazione, chiaramente figlia di una cultura che confonde la giustizia con il sospetto permanente e il diritto con l'emotività. Per questo considero un bene la retromarcia: meglio fermarsi in tempo che introdurre nel codice una formula inutile e potenzialmente dannosa.
Il diritto penale non ha bisogno di parole suggestive, ma di norme chiare e applicabili. E, soprattutto, ha bisogno che le leggi esistenti vengano fatte rispettare. Tutto il resto è propaganda, buona forse per i comizi, pessima per i tribunali.