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Il punto d'incontro tra Giorgia e Draghi

La diagnosi di Draghi è semplice. L'Europa si è aperta al mondo senza completare sé stessa

Il punto d'incontro tra Giorgia e Draghi

Draghi e Meloni: due figure che nell'album Panini della politica starebbero in squadre avversarie. E sarebbe ora di metterle nella stessa. Provo a scandalizzare. Non sarebbe la prima volta. Ricordo quando, anni fa, mi venne in mente di proporre un'alleanza tra Bossi e Fini, la Lega di allora e il Movimento sociale, due mondi che si parlavano a male parole. Mi presero per matto, e invece funzionò: portò al governo una destra che fino al giorno prima sembrava destinata a litigare sull'esistenza stessa dell'Italia. Oggi mi azzardo a dire una cosa più piccola e insieme più grande. Non propongo a Giorgia Meloni e a Mario Draghi di mettersi nella stessa lista. Ci mancherebbe. Propongo loro di convergere sulle cose pratiche, per il bene dell'Italia e dell'Europa.

In questi giorni Draghi ha ricevuto ad Aquisgrana, città di Carlo Magno, il Premio Carlo Magno, che è una specie di Nobel dell'europeismo. Prima di lui lo hanno avuto figure diversissime, da De Gasperi a Churchill, da Adenauer a Kohl. E nel 2004 fu attribuito, in via straordinaria, a Giovanni Paolo II. Già questo dovrebbe bastare a capire che non parliamo di un certificato di benemerenza tecnocratica. Carlo Magno non era un burocrate di Bruxelles. Era uno che, dopo la barbarie, rimise in piedi i cocci dell'Europa: scuole, ordine, una visione di continente. Lo fece con guerre, mescolanze, errori. Ma con quel fondo di radici cristiane che oggi quasi nessuno ha più il coraggio di nominare.

Ed è lì che Draghi ha pronunciato uno dei discorsi più importanti degli ultimi anni. Severo, realistico, perfino drammatico. Eppure non disperato. Dentro c'è una frase che andrebbe stampata e appesa nei ministeri: Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme. Non soli. Soli insieme. È una definizione quasi poetica della condizione europea. Gli americani non garantiscono più ciò che garantivano dal 1945. La Cina non è un'alternativa amichevole. La Russia ce la siamo giocata quindici anni fa, quando eravamo quasi alleati e qualcuno ha pensato bene di buttare tutto via. Risultato: l'Europa scopre di essere nuda. O meglio: scopre di esserlo sempre stata, ma di non averlo voluto vedere.

La diagnosi di Draghi è semplice. L'Europa si è aperta al mondo senza completare sé stessa. Ha abolito le frontiere commerciali esterne ma ha lasciato muri invisibili al proprio interno: ventisette sistemi fiscali, mercati energetici separati, regolamenti incompatibili, capitali spezzettati. Un continente che pretende di sfidare Stati Uniti e Cina ma funziona come un condominio litigioso, dove l'Irlanda fa la sede fiscale delle grandi industrie con gli stipendi più alti d'Europa, e i cosiddetti frugali del Nord ci fanno la morale mentre prosperano sui propri paradisi fiscali. Draghi lo riassume con una formula che resta: La durezza esterna richiede profondità interna. Tradotto: se il mondo diventa feroce, non lo affronti restando diviso.

Qui Draghi tira fuori la parola che mi interessa, e che dovrebbe interessare Meloni: federalismo pragmatico. Una formula che strappa le bandiere ideologiche. Significa smetterla di dividere il mondo in sovranisti cattivi e liberali buoni, o viceversa, e capire che alcune cose difesa, energia, intelligenza artificiale, politica industriale si fanno insieme o non si fanno. Non gli Stati Uniti d'Europa declamati nei congressi con i palloncini blu. Non i ventisette egoismi nazionali. Pragmatismo, e basta. Mi torna in mente la Lega lombarda di otto secoli fa. Comuni che si scannavano fra loro, città con interessi diversi dai villaggi, ognuno geloso del campanile. Eppure si misero insieme contro Federico Barbarossa. Restò fuori, mi pare, soltanto Como. Milano pagò un prezzo alto, ma il carroccio tenne Giussano e Legnano, e a Legnano la Lega vinse. Non servì un grande giuramento ideologico: bastò il pragmatismo di chi ha capito che da soli si finisce stesi.

Veniamo al punto politico. Conosco Draghi e ho avuto l'onore della sua amicizia, fondata su poche cose semplici e antiche, di

quelle che si imparano in famiglia. E ho stima e affetto per Meloni, che fu l'unica, negli anni del governo Draghi, a stare all'opposizione. Aveva ragioni tattiche intelligenti: non volle ministeri, sottosegretariati, clientele, e si presentò agli elettori dicendo io non mi vendo per una poltrona. Ebbe coraggio e fu premiata. Ma la sua opposizione non fu mai rabbiosa né eversiva: fu dura e rispettosa, tanto che Draghi stesso lo riconobbe. E aggiungo: Meloni il pragmatismo l'ha già praticato. Quando ha girato i Paesi arabi del Golfo per stringere alleanze energetiche, ha fatto risparmiare all'Italia miliardi di forniture americane carissime e ha tenuto accese le caldaie senza chiedere il permesso a nessun salotto ideologico. Quello è federalismo pragmatico applicato, anche se Meloni non lo chiamerà mai così.

E qui chiudo. Nessuno propone un'Europa contro l'America: sarebbe una stupidaggine, e per giunta intellettualmente disonesta. L'America di Trump in questi giorni è atterrata a Pechino con diciassette miliardari al seguito da Tim Cook a Elon Musk, da Larry Fink a Jensen Huang per fare affari con la Cina comunista. Tycoon e Partito unico, tutti insieme, a discutere di soia, aerei, microchip, intelligenza artificiale. Il presidente che minaccia dazi al resto del mondo nello stesso giorno strappa accordi con il regime che fino a ieri chiamava nemico. Bene: si chiama pragmatismo, e fa specie sentirlo predicato dalla destra americana che fino a tre anni fa accusava l'Europa di troppa tenerezza con Pechino.

Ma se gli Stati Uniti possono fare affari con il comunismo cinese a colpi di Boeing 737, l'Europa può smettere di farsi del male da sola, raccogliere la mano di Draghi, e camminare unita su difesa, energia, tecnologia. Meloni ha già imboccato quella strada nel Golfo. Non è il tipo da temere i mugugni dei nanetti politici che le devono tutto. Su, Giorgia, prendi il telefono.

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