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Fine del patto New Start. Dai missili di Putin ai test di Trump: così riparte la corsa alle armi nucleari

Oggi scade il patto atomico tra Stati Uniti e Russia che poneva dei limiti agli arsenali. Sulla fine dell'intesa pesa l'ascesa cinese e ora i due Paesi potranno allargare gli stock atomici e sperimentare nuove armi

Fine del patto New Start. Dai missili di Putin ai test di Trump: così riparte la corsa alle armi nucleari

I fantasmi atomici della Guerra Fredda sono pronti a tornare. Oggi scade infatti il patto New START che Stati Uniti e Russia avevano firmato nel lontano 2010. L'intesa rappresentava il punto di caduta di un lungo percorso che le due potenze avevano intrapreso per limitare la corsa degli arsenali atomici. Un tentativo iniziato nel 1972 con i primi colloqui tra Richard Nixon e Leonid Brezhnev per passare poi al vertice di Ginevra del 1985 tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev e alla firma del trattato START nel 1991 tra George H.W. Bush e lo stesso Gorbachev. La fine del New START apre quindi un periodo di profonda incertezza e rischio di nuova corsa agli armamenti.

James Acton, co-direttore del programma nucleare del Carnegie Endowment for International Peace, ha spiegato al Financial Times che siamo alla vigilia di una nuova corsa alle armi, ma soprattutto che "difficilmente ci sarà un altro trattato per la loro limitazione".

Cos'era il New START

Lo START e successivi rinnovi fino al New START ponevano un significativo limite al numero di armi nucleari che Stati Uniti e Russia potevano detenere, ma anche un particolare regime di verifica degli arsenali per controllare che il patto fosse rispettato. Siglato nel 2010 da Barack Obama e Dmitrij Medvedev (che allora era presidente della Russia), il New START prevedeva un massimo 1.550 testate per ciascuno dei due Paesi. Oltre a questo, l'intesa prevedeva un massimo di 700 vettori nucleari, tra missili balistici Intercontinentali (ICBM), missili imbarcati nei sottomarini (SLBM) e bombardieri; ma anche un tetto a 800 lanciatori (dispiegati o non dispiegati) nei silos, nei sottomarini e nei bombardieri con capacità nucleari.

Secondo i dati del dipartimento di Stato Usa e del Sipri, attualmente gli Stati Uniti hanno 1.420 testate operative e dispiegate, mentre la Russia ne ha 1.549. In potenza, scrive il Sipri, Washington avrebbe altre 1.830 testate stoccate, mentre la Russia 1.114.

La fine delle trattative e un contesto compromesso

Nel 2021 il presidente Usa Joe Biden e Vladimir Putin avevano trovato un'intesa per una proroga di 5 anni promettendosi di tornare a trattare, ma un anno dopo tutto è collassato. L'invasione russa dell'Ucraina ha congelato i rapporti tra le due potenze atomiche e un anno dopo Putin ha annunciato la sospensione del trattato. In realtà la fine del New START arriva in un momento caotico di ridefinizione degli equilibri globali iniziato già con la prima presidenza di Donald Trump. Fin dal 2017, il tycoon ha smantellato alcuni puntelli dei contrappesi che Stati Uniti e Unione Sovietica avevano costruito per evitare un'escalation atomica negli anni della Guerra Fredda.

È il caso del trattato Open Skies, abbandonato da Trump nel 2020 e da Putin nel 2021, ma soprattutto del Trattato INF. Firmato da Reagan e Gorbachev nel 1987, poneva fine alla spinosa questione degli Euromissili, ovvero vettori a raggio intermedio come gli SS-20 sovietici e i Tomahawk americani, schierati in Europa. Nel 2019 The Donald ha annunciato la fine del trattato, puntando il dito contro le violazioni della Russia. Ma non solo.

Molti a Washington vedevano nel Trattato INF un problema soprattutto nella competizione con la Cina. Fuori dall'intesa, Pechino poteva operare con libertà nello sviluppo di missili nucleari a medio raggio nel Pacifico a discapito proprio dagli Stati Uniti che erano limitati. Nel 2017 l'allora capo del Comando Usa nel Pacifico parlando davanti alla commissione per le Forze Armate del Senato americano denunciava che il 95% della forza missilistica cinese avrebbe violato i parametri del trattato INF.

Un nuovo contesto per le armi atomiche

In questo senso anche il New START iniziava a mostrare molti limiti. Mentre gli Stati Uniti dal 2009 in poi hanno scelto di modernizzare l'arsenale limitando le ricerche e lo sviluppo di nuove armi, la Russia ha continuato la produzione dell'arsenale sviluppando nuove testate e nuove armi. In più i meccanismi di ispezione reciproca sono fermi dal 2019 complice la pandemia di Covid e la guerra in Ucraina. In questo contesto sono avvenute due cose fondamentali in ambito atomico.

La prima a Mosca, dove il Cremlino ha dato ordine di continuare a lavorare ad armamenti "scoperti" dal trattato. È il caso del missile balistico con capacità ipersoniche Oreshnik, un vettore a medio raggio usato dai russi in Ucraina per la prima volta nel 2024 e dispiegato recentemente anche in Bielorussia; del missile a propulsione nucleare Burevestnik, rinominato dalla Nato Skyfall e del missile per sommergibili Poseidon.

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La seconda è legata a doppio filo con le due amministrazioni Trump. Durante i primi quattro anni alla Casa Bianca, il tycoon ha mostrato un volto nucleare molto assertivo. È il caso della Nuclear Posture Review del 2018 in cui suggeriva la possibilità di creare atomiche a basso potenziale, ma soprattutto del documento dell'anno successivo noto come Nuclear Operations, in cui si suggeriva l'ipotesi di poter usare l'atomica in contesti regionali per guerre che si possono vincere, sostanzialmente ribaltando il paradigma atomico che vedeva in questo tipo di ordigni solo una forza di deterrenza.

Più di recente, con il ritorno al 1600 di Pennsylvania Avenue, Trump ha dato altri due avvertimenti. Il primo riguarda la necessità di costruire una "Golden Dome", una cupola missilistica protettiva, che la Russia vede come "estremamente provocatoria". Il secondo è arrivato a fine ottobre 2025 quando ha invitato il Pentagono a riprendere i test nucleari, non chiarendo però se sul materiale delle testate o sui vettori.

L'ombra della Cina

La fine del New START si collega anche all'ascesa atomica della Cina, come insegna il caso del trattato INF. Per il momento Stati Uniti e Russia detengono l'86% di tutti gli stock globali, ma nei prossimi anni la quota è destinata a scendere. Pechino lavora intensamente al suo programma atomico. Secondo il Sipri l'arsenale cinese cresce al ritmo di 100 nuove testate all'anno e oggi si aggira a circa 600 facendo di lei la terza potenza atomica dietro americani e russi.

A novembre la Repubblica Popolare ha pubblicato un white paper sull'aumento delle armi sottolineando due cose: che i Paesi con il maggior numero delle testate devono essere i primi a lavorare alla loro riduzione, e che Pechino avrebbe mantenuto capacità nucleari minime per questioni di sicurezza nazionali, un passaggio anche condivisibile se non fosse che non vengono evidenziati quali sono questi livelli minimi. In questo contesto incerto americani e russi sentono il bisogno di non avere limiti come quelli del New START che per essere efficace avrebbe dovuto inglobare anche la Cina che però non ha mai mostrato interesse a farvi parte.

La nuova era nucleare

Come ha notato The Conversation uno dei primi effetti sarebbe il raddoppio degli arsenali di Usa e Russia. I due Paesi hanno moltissime testate nei centri di stoccaggio o pronte per essere smantellate che sono potenzialmente riattivabili in tempo breve. Nel 2022 uno studio della Federation of American Scientists stimava un primo raddoppio delle armi disponibili. Gli Usa potrebbero passare in breve tempo da 1670 testate a 3570 (+110%), mentre la Russia da 1674 a 2629 (+60%). A settembre Mosca aveva fatto timide aperture agli Usa, ma al momento non è prevista una trattativa. Politico scrive inoltre che al Pentagono da settimane sonon in corso incontri dedicati al mondo post-New START.

Questo balzo, unito alla corsa cinese si mescola con una crescente instabilità globale, nel medio termine può comportare un doppio effetto: aumento globale degli armamenti e una proliferazione con sempre più Paesi interessati a diventare Paese dotato di atomica. Nell'Europa sempre più lontana dagli Usa, la Francia ragiona se estendere il suo ombrello nuclere mentre altri Paesi, come la Polonia pensa all'atomo come scudo dalle mire russe.

In Medio Oriente l'intricato dossier atomico iraniano ha fatto venire i dubbi all'Arabia Saudita, mentre più a Est, in Asia, l'ascesa cinese e la diplomazia transazionale di Trump lascia spaesati sudcoreani, alle prese con le atomiche di Kim, e persino il Giappone, dove il tabù dell'atomica inizia ad essere messo in discussione.

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